Penultimi per laureati

penultimi laureati

di Antonella Salvatore

Nelle sue ultime analisi l’Eurostat ha ribadito un concetto che in fondo sapevamo da tempo. Siamo ancora una volta penultimi nella classifica europea per numero di laureati.

Penultimi in Europa per numero di laureati

In Italia nel 2020 la percentuale dei laureati di età compresa tra i 25 e i 34 anni è stata pari al 29%, un dato migliore solo rispetto a quello della Romania (25%). La media all’interno dell’area UE indica che nel 2020 hanno raggiunto il traguardo laurea il 41% dei cittadini nella fascia di età 25-34 anni. I primi in assoluto sono gli studenti universitari del Lussemburgo (61%), seguiti poi da Irlanda e Cipro (58%), Ucraina (56%) e Olanda (52%). Si laureano più donne che uomini nel nostro  paese, il 46% delle giovani contro il 35% della popolazione maschile, ma questo non cambia la nostra situazione, siamo in fondo alla classifica. La UE ha stabilito l’obiettivo, realistico, di avere una media europea pari al 45% dei laureati entro il 2030.

Come mai gli studenti italiani faticano a laurearsi?

Questo il dato, ma capiamo le ragioni. Il nostro principale problema è dato dai bassi investimenti in istruzione. Siamo fanalino di coda anche in questo. Il report europeo Education and Training Monitor 2020 indica che la spesa italiana per scuola e università è ben lontana dai numeri europei (nel 2019 abbiamo speso solo il 4% del PIL, contro una media UE del 4,6% e punte di oltre il 7% in nord Europa). Abbiamo implementato la didattica a distanza, ma la qualità delle connessioni andrebbe migliorata. È sceso il tasso di abbandono scolastico, ma resta uno dei più alti dell’area UE. La media europea degli studenti che lasciano la scuola si attesta al 10.2%, mentre da noi il 13,5% degli studenti decide di abbandonare gli studi. 

Investire sulle discipline STEM

Inoltre, la bassa percentuale di laureati deriva dal fatto che dovremmo investire maggiormente nel mondo STEM, e favorire la nascita di profili tecnici, che tanto servono al nostro mercato del lavoro. L’Italia riparte se aumentiamo il numero dei tecnici, degli informatici e degli operai specializzati. Riusciamo a ripartire se crediamo di più negli ITS, Istituti Tecnici Superiori, scuole del sistema duale (un anno di studio e uno di lavoro) che nel nostro paese sono poco apprezzate e poco conosciute. Al contrario, in Germania questi istituti rappresentano il vero motore dell’economia tedesca. Solo nel 2020 le iscrizioni degli studenti tedeschi sono state superiori a 750.000, mentre da noi appena 15.000. Questo significa che tutti coloro che non scelgono la specializzazione dopo il diploma, spesso scelgono una facoltà universitaria. E l’università allora, diventa una sorta di parcheggio nell’attesa che il lavoro arrivi.

La connessione con il mondo del lavoro

Ultimo, ma non ultimo, la gran parte delle università pubbliche è ancora scarsamente connessa al mondo del lavoro. Questo è un altro elemento che scoraggia i nostri giovani, che spesso non comprendono il valore di quello che studiano e in che modo questo si inserisce nel mercato professionale e aziendale. Costruire allora relazioni con le aziende e aggiornare i percorsi di studio restano due priorità se vogliamo far crescere il numero dei laureati nel nostro paese.

Foto di MD Duran su Unsplash

OCL

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: