Volontario in Kenya, ma da casa

Volontario

di Giosuè Prezioso

“I volontari non sono remunerati – non perché non valgono nulla ma perché sono inestimabili”.
Anonimo

C’è una paura che accomuna artisti e disoccupati che si chiama “self-portrait fear” (paura di autoritrarsi) – ne soffriva addirittura Gustav Klimt, l’artista del Bacio! Agli artisti potrebbe scaturire di fronte alla tela bianca, prima dello schiocco della scintilla creativa. Al disoccupato in cerca di lavoro, invece, di fronte all’ansiogeno formato 210 x 297 mm (A4) dall’autorevole nome di “Curriculum Vitae,” CV, un’opera dai mille ‘disegni preparatori’ abbozzati e cestinati, che ci mette spesso in discussione, ansia e dubbio.

La paura di autoritrarsi

Come segnalato da autorevoli personaggi di CV-writing, gli anticorpi contro questo gioco spesso all’auto-sabotaggio sono diversi. Sicuramente una buona dose di chiarezza, conoscenza personale, onestà e strategia, soprattutto nel competitivo mondo del lavoro di oggi, più esattamente nell’era post-COVID. Considerata l’emergenza, infatti, è necessario rendersi ulteriormente immuni dal competitivo sistema-lavoro che va definendosi. In Italia, nel solo mese di aprile, le assunzioni sono calate dell’83% serve attivarsi con tattica, strategia e lateralità.

Il valore del volontariato nel CV

Un aspetto poco esplorato nel mondo del CV-writing è il volontariato. Una sezione spesso assente nel CV di molti candidati e che invece, secondo recenti indagini, è gradito dall’89% dei datori di lavoro. Ulteriori studi condotti da Deloitte rivelano infatti che l’82% dei recruiter tende a selezionare candidati con pregresse esperienze di volontariato. Mentre l’85% degli stessi selezionatori tende inoltre ad ignorare errori presenti nel CV se nello stesso sono contenute esperienze di volontariato. Avere e riportare esperienze di volontariato, insomma, ha effetti concreti sulle probabilità di assunzione, sulla percezione del candidato e nella valutazione (e redenzione!) del documento – soggetto, nel 60% dei casi, a semplici ma evitabili errori di spelling e/o grammatica.

Il volontariato online

L’aspetto COVID – che è lo stesso che chiama energicamente a tale lateralità – è però lo stesso che pone dubbi concreti sul come, dove, e con chi attivare tali attività. La risposta a questi dubbi è offerta da una rete incredibilmente organizzata di attività di volontariato online. Sono incluse prestigiose entità pubbliche, private e non-profit, come per esempio le Nazioni Unite – che offrono un ricco, variegato e aggiornato menù di opportunità per area di specializzazione. Ad esempio il Project Kakuma, una piattaforma digitale connessa con il difficile campo rifugiati di Kakuma, Kenya (180,000 persone), che attraverso Skype fornisce lezioni a distanza a bambini e non solo. Oppure Smithsonian, un programma dall’impegno più intellettuale, che prevede la digitalizzazione di diversi contenuti da rendere accessibili al grande pubblico – una sorta di libreria in cammino per diventare più ‘4.0.’

Essere volontari significa essere felici

Oltre all’impatto curriculare, il volontariato attiva quello che la ricerca ha definito ‘effetto felicità.’ Secondo uno studio della London School of Economics, infatti, soggetti che si prodigavano ad attività di volontariato su base mensile registravano un aumento del 7% in una scala di valori attestante il livello di felicità. Lo stesso valore aumentava al crescere dell’esposizione all’attività: del 12% per chi la praticava ogni 2 o 4 settimane e del 16% per chi manteneva un ritmo settimanale. L’algoritmo di Londra, insomma, stabilisce che più si fa volontariato e più si è felici.
Quali scuse si hanno dunque? Il volontariato è un booster naturale di generosità, ci rende appetibili sul difficile mercato del lavoro, ci fa viaggiare, ci rende connessi e soprattutto più felici.

“Mentre tu hai una cosa può esserti tolta. Ma quando tu dai, ecco, l’hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre.”(James Joyce)

Foto di Matthias Zomer da Pexels

OCL

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