La distante formazione a distanza

formazione a distanza

di Antonella Salvatore

È chiaro oramai che il coronavirus non ha solo implicazioni sanitarie, ma avrà sempre più impatto sulla vita ordinaria degli individui, delle aziende e sull’economia del nostro paese. In questa fase ogni tipo di organizzazione è costretta a ripensare il proprio modo di operare. Il 2020 segna l’inizio di una nuova epoca, quella in cui gli individui si accorgono che la tecnologia potrebbe essere l’unica chiave per uscire da una situazione che definire disastrosa è un eufemismo.

Il concetto di formazione a distanza

Tra i settori che per primi sono stati obbligati a reagire troviamo quello dell’istruzione, vista la chiusura di tutte le scuole, di ogni ordine e grado, imposta dal governo dallo scorso 5 marzo. Abbiamo sentito parlare di programmi a distanza e classi online, cerchiamo di capire meglio in che modo si svolgeranno le lezioni. Cosa significa fare formazione a distanza? I distance-learning programs nacquero agli inizi del 1800 in Inghilterra: si trattava di corsi per corrispondenza. Siamo poi arrivati agli anni recenti, ed è proprio inglese la più grande università a distanza del mondo: si chiama Open University e si trova a Milton Keynes non lontano da Londra. In che modo le scuole e le università possono offrire programmi a distanza? Tecnicamente le soluzioni sono diverse, a partire dalla più semplice: l’utilizzo di piattaforme su cui “caricare” (fare “l’upload“) di materiali come presentazioni ppt, video, compiti e molto altro. Un sorta di spazio comune in cui studenti e docenti possono incontrarsi virtualmente, scambiarsi messaggi e discutere. Un “luogo” virtuale appunto, all’interno del quale gli studenti possono visionare i materiali necessari e sostenere esami avendo un tempo a disposizione, proprio come se fossero in classe. Sono tanti gli strumenti che la tecnologia offre oggi, Zoom e Microsoft Teams, per citare i più famosi, che permettono di chattare, fare riunioni, creare video e presentazioni facilmente consultabili dai ragazzi. Un modo di apprendere che non presuppone orari e vincoli, che non deve essere necessariamente svolto in tempo reale (online) e che permette quindi a docenti e discenti di lavorare e studiare quando lo ritengono più comodo.

Il dramma degli scarsi investimenti in istruzione nell’era del coronavirus

Ma se è tutto così facile, qual è il problema italiano? Partiamo dal 2015 e dalla riforma della Buona Scuola che prevedeva che le scuole italiane dovessero adeguarsi gradualmente ad un piano di digitalizzazione. Fu proprio pensato il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) per il lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana che prevedesse un avvicinamento degli stessi insegnanti alla tecnologia. Passati cinque anni dalla riforma, e arrivati all’era del coronavirus, abbiamo potuto toccare con mano tutta la inadeguatezza del nostro sistema educativo e scolastico. Ricordiamoci allora che i nostri insegnanti hanno una età media di 49 anni (contro i 44 media europea) e i dirigenti scolastici hanno 56 anni di media. Ma il dato anagrafico sarebbe irrilevante se non rivelasse invece il problema: fino ad un mese fa, appena il 47% dei docenti faceva utilizzare strumenti digitali per lavori scolastici e progetti. E in una recente indagine solo il 36% dei docenti si è dichiarato pronto e preparato per usare le nuove tecnologie, lo dice lo stesso Ministero dell’istruzione. Come può, il rimanente 64%, che non ha familiarità con le nuove tecnologie, procedere ad erogare formazione a distanza e classi online? Ecco quindi che oggi le scuole di ogni ordine e grado sono chiuse e per fare aula ci si affida alla buona volontà dei singoli docenti, alla iniziativa di dirigenti scolastici illuminati, ma anche al solito sentimento italiano “io speriamo che me la cavo”. Famiglie e studenti corrono ai ripari per avere una rete wifi e un computer portatile. Covid-19 ci obbliga al confronto con il futuro e ci fa capire che non abbiamo altra via di uscita se non implementare la riforma che sta sulla carta da cinque anni.

Il nostro misero 3,8% del PIL, la spesa in istruzione più bassa di sempre, ha mostrato tutto il dramma in quest’ epoca di coronavirus. Adeguiamoci all’Europa (che investe il 5% del PIL, con punte che sfiorano l’8% nei paesi del nord) oppure, passato il virus, saranno la nostra ignoranza e la nostra inadeguatezza a fare danni irreparabili.

Photo by Nick Morrison on Unsplash

OCL

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