Meritocrazia, lo sport insegna

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di Leonida Valeri

Perché nella vita pubblica, in tutti ma proprio tutti i settori, non prendiamo esempio dallo sport, dove regnano competenze e meritocrazia? Pensiamo al calcio, alla Coppa America di vela, alla Formula 1, tanto per citare dei casi emblematici. E innestiamo la prima marcia.

Tre esempi d’eccellenza

Il primo è lo sport nazionale. Gl’italiani hanno un rapporto morboso con il pallone: ogni cittadino si ritiene un potenziale tecnico. Lo sappiamo. Il secondo è di nicchia. La vela interessa un pubblico selezionato di appassionati, però, alla sua massima espressione, come la Coppa America, convoglia i migliori progettisti e regatanti del mondo, oltre a budget da capogiro. Il terzo è molto popolare, anche se le auto sportive per eccellenza rimangono appannaggio di una élite. Le monoposto di F1 ogni anno superano sé stesse, in fatto di sviluppo e innovazione.

Ciò che nel calcio mai succederà

Domanda: sarebbe mai possibile, per un allenatore o un dirigente di un top team di football, far giocare un conoscente, un parente, il figlio di un amico a cui bisogna rendere un favore? Risposta ovvia. Una finale di Champions League con due squadre inzeppate di raccomandati, o di calciatori di mediocre livello inseriti nella rosa per motivi non esattamente sportivi, costituirebbe un’eventualità impossibile da verificarsi. Per motivi evidenti a tutti. A rimetterci sarebbero gli stessi tecnici e dirigenti. Aggiungiamo pure il danno per la società quotata in borsa, per i colori e il blasone. I tifosi o i simpatizzanti, i giornalisti, non lo permetterebbero, vista l’attenzione, per usare un eufemismo, che esiste nel nostro Paese riguardo al pallone. I club ingaggiano semplicemente i migliori, nell’ambito delle possibilità economiche e della disponibilità di «competenze» sul mercato.

A chi affidereste le «barche volanti» dell’America’s Cup?

Nella vela, a livello olimpico – quale nazione spedirebbe ai Giochi dei «velisti per caso»? – e in occasione della Coppa America vale lo stesso principio. Il prossimo anno prenderanno il via le prime regate e, nel marzo 2021, in Nuova Zelanda, la sfida vera e propria. Le barche varate per contendersi il trofeo, sono simili ad aerei: hanno le «ali» e letteralmente volano sopra l’acqua, raggiungendo velocità finora appannaggio esclusivo di alcuni motoscafi. Ebbene, chi sarebbe così foolish da spendere centinaia di milioni di dollari per poi affidare «mezzi» così innovativi e tecnologici, a persone non ampiamente qualificate, sulla base di competenze e risultati già ottenuti, noti e verificabili?

La rigida selezione all’interno della F1

Ora ingraniamo la quarta. Un top team di F1, ad esempio la Ferrari – il brand più vincente di sempre e il più ambito dagli appassionati di macchine da corsa – concederebbe il volante a un pilota-signor-nessuno solo a titolo di favore? E ancora. Lascerebbe progettare un’auto, staccando assegni a otto cifre, dal primo tizio incontrato per caso in una sessione di laurea in ingegneria? Domanda retorica. La Ferrari (nella foto Charles Leclerc, poleman 2019), come la Mercedes e la Red Bull, per citare altri due top team, mettono in pista i piloti più bravi. Ma non ci sono solo i driver. Le centinaia di persone che compongono la “squadra corse” – tecnici, meccanici, informatici, motoristi, telaisti, esperti di aerodinamica e via dicendo – vengono selezionate sulla base della competenza, non dell’amicizia, della simpatia, della parentela. Si tratta di una regola ferrea. Aurea.

Che Italia sarebbe, lasciando spazio alla meritocrazia?

Sembra un discorso banale, quasi scontato, ma solo perché nelle discipline sportive siamo abituati a veder applicato, in maniera cinica, tangibile e spietata, il valore del merito. I premi partita, o di risultato, vengono elargiti quando l’obiettivo è stato raggiunto veramente; non a prescindere, come purtroppo avviene spesso nella vita pubblica. E allora perché non prendiamo insegnamento dallo sport, declinando il «modello vincente» al mondo del lavoro, dai ruoli di vertice fino alle posizioni considerate erroneamente meno rilevanti? Quanti punti di Pil acquisteremmo se, partendo dall’astratta teoria, trovassimo il modo di esportare il merito al di fuori dello stadio, del campo di regata e del circuito di Formula 1? Per chiudere il cerchio: quanto sviluppo, benessere e occupazione sarebbero in grado di creare tanti professionisti – magari ora relegati ai margini – portatori di idee e di competenze, dei veri fuoriclasse nei propri settori? Nello sport, questi talenti giocherebbero tutte le finali che contano. Nella vita di tutti i giorni, spesso non vedono nemmeno la panchina.

Foto di randomwinner da Pixabay

OCL

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