Prossima fermata, Marte

Marte vita

di Leonida Valeri

I passi dovrebbero essere questi: base spaziale orbitante intorno alla Luna, ritorno dell’uomo sul satellite, dopo l’ultimo sbarco del 1972, e poi Marte. Il pianeta rosso è la nuova frontiera. Le agende spaziali di diverse nazioni della Terra hanno il suo nome in grassetto e sottolineato, con accanto tanti punti interrogativi. Ci sono le questioni irrisolte della sfida tecnologica ma, soprattutto, quelle della resistenza umana, anche psicologica, di fronte all’imponderabilità delle situazioni che dovranno essere affrontate; meglio se con la glacialità di un freezer. L’equipaggio dovrà convivere, in salute fisica e mentale, in una scatoletta di metallo per un tempo lunghissimo, fra viaggio di andata, permanenza in attesa della giusta finestra, e ritorno a casa. È impossibile scrivere la lista delle cose che potrebbero andare storte: sarebbe troppo lunga, pur non conoscendole tutte.

La brutta nomea di pianeta maledetto

Così, nel frattempo, continua il traffico di robottini, allo scopo di acquisire sempre maggiori informazioni. Il che ci ricorda il motivo per il quale Marte è stato definito «il pianeta maledetto». Gran parte dei manufatti lanciati dalla Terra non ha mai raggiunto indenne la superficie marziana. Triste realtà che non può essere sottaciuta. Bene, chiudiamo la parentesi funerea. I robottini più fortunati e attualmente vivi e vegeti, continuano a inviare immagini, indicazioni, dati. Tutte cosucce che ci fanno entusiasmare. Già, perché sappiamo, grazie soprattutto al rover Curiosity, in servizio dal 6 agosto del 2012, che il pianeta rosso un tempo era bagnato da laghi salati. Tuttora c’è un bacino d’acqua allo stato liquido sotto ai ghiacci del polo sud (scoperta italiana). E, si sa, dove c’è l’acqua, c’è vita. Allo stato elementare, per carità, però, puntini puntini.

Cosa c’è dietro l’angolo

Le prossime missioni automatizzate Exomars (Agenzie spaziali europea e russa, con un rover munito di trapano made in Italy) e Mars 2020 (Nasa), sono finalizzate proprio a rispondere alla domanda che abbiamo in testa da quando l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli e quello statunitense Percival Lowell descrissero l’esistenza di canali su Marte. Anche se il primo, va detto, intendeva formazioni naturali. Comunque, eravamo alla fine del 1800 e sulla Terra si diffuse il mito dei marziani. La domanda ovviamente è: c’era una volta qualche forma di vita su Marte? E ora?

Gli scienziati ci fanno sognare

Abbiamo il leggerissimo sospetto che gli esperti nutrano pochi dubbi in merito; attendono, però, com’è giusto che sia, la prova inconfutabile. Lo scienziato della Nasa Jim Green ha rilasciato un’intervista al quotidiano The Telegraph, sottolineando che entro due anni, proprio grazie a queste nuove missioni, avremo delle news importanti. Potremmo, detta in soldoni, essere alla vigilia di annunci sensazionali. Così la nuova domanda adesso è: siamo pronti per conoscere la verità? Per un altro scienziato Nasa, la realtà, invece, sarebbe nota dal 1975, cioè dai tempi delle missioni Viking. Gilbert Levin, questo il suo nome, si occupava degli esperimenti svolti sulla superficie di Marte. In un’intervista rilasciata a Scientific American, afferma che già allora c’erano grandi evidenze, ma il test finale e risolutivo sul rilevamento dei composti organici andò male. Levin, però, dice di aver sempre ritenuto più attendibili i primi indizi.

Un nuovo balzo per l’umanità

Al netto di eventuali polemiche, ora gli strumenti sono certamente più evoluti e affidabili. E la scoperta scientifica di vita elementare su Marte, cioè dei primi alieni, seppur sotto forma di microrganismi estremofili, sarebbe di portata storica e imprimerebbe una decisa accelerazione ai programmi spaziali di conquista del pianeta rosso. Detto questo, non ci resta che attendere. Manca poco.

Foto di David Mark da Pixabay

OCL

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: