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La dignità del lavoro

Dignità lavoro

di Massimiliano La Rocca, dottore commercialista

Di dignità del lavoro, nelle varie accezioni e con varie sfaccettature e punti di vista, ne hanno parlato e scritto da sempre tutti. I componenti della società civile (e non), di ogni ordine e grado, membri di élite o del popolo, lavoratori e datori di lavoro, sindacalisti, rappresentanti politici, capi religiosi, storici e filosofi. E’ stato detto di tutto e il contrario di tutto, ma ogni opinione parte da un assunto.

La dignità del lavoro è un diritto fondamentale

La dignità del lavoro è un diritto fondamentale, fondante di qualsiasi società (civile), e addirittura più importante di essa. Fa parte delle libertà e dei diritti fondamentali dell’uomo, ed è un diritto enunciato all’articolo 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Papa Francesco ha trattato il tema in più occasioni. L’attuale Governo ha intitolato un Decreto alla Dignità, in particolare del Lavoro. In qualsiasi tempo e luogo se n’è parlato. Federico Caffè ha scritto un libro sull’argomento (La dignità del Lavoro). I sindacati ne fanno uno dei principali baluardi del loro pensiero e delle loro rivendicazioni, all’università si studia la questione da vari punti di vista.

Dignità del lavoro o del lavoratore?

I problemi iniziano appena dopo che universalmente sia riconosciuto come un diritto inviolabile nella più ampia delle accezioni e nel più alto dei riconoscimenti, quello cioè dell’articolo 2 della Costituzione Italiana o ancor di più della citata Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Si discute da sempre quale possa essere il metodo migliore e più efficace per garantire la dignità del lavoro. Spesso si confonde la dignità del lavoro con la dignità del lavoratore. Quest’ultima, però, è questione più ampia. Riguarda la dignità umana in genere, la capacità cioè del singolo individuo di comportarsi in modo dignitoso verso i suoi simili. La dignità del lavoro viene dalla contemporaneità delle dignità individuali: è “sociale”, o meglio è (o dovrebbe essere) il frutto di una cultura di massa. Si insegna anch’essa, e si apprende. E si esercita in mezzo agli altri e anche grazie agli altri. E’ pertanto, come spesso o sempre dovrebbe essere, la sintesi di più esigenze, di più bisogni, di più idee e di più pensieri. Ma tutti, rigorosamente, liberi.

Dignità e stabilità del lavoro

E’ vero che un luogo di lavoro deve essere dignitoso. Ma è compito di entrambe le parti interessate (il datore di lavoro e il lavoratore) far sì che lo sia e resti tale. E’ vero che il lavoro per essere dignitoso deve essere stabile. Ma la stabilità non può dipendere solo (né troppo) dalla legge sui contratti a tempo determinato o dall’articolo 18. Così come non può dipendere solo (né troppo) dal singolo datore di lavoro, bensì anche dall’impegno e dall’assiduità di chi quel lavoro lo offre (cioè il lavoratore).

La non dignità dei lavoratori “furbi”

Vanno certamente promossi e incentivati gli interventi intesi a consentire al lavoratore di impegnarsi assiduamente. Occorre contrastate forme di espressione di bassissima (NON) cultura che incentivano la “furbata” e l’aggiramento di ostacoli e controlli. Ne sono (cattivi) esempi quei posti di lavoro, che troppo spesso non consentono ai lavoratori di uscire dal luogo di lavoro sudati e soddisfatti per la fatica, a causa loro ma anche di dirigenti e colleghi che “tirano in basso” le prestazioni di tutti per non dover alzare le loro. Ci ridiamo quando ce lo racconta a modo suo Checco Zalone, ma è rimasto ben poco da ridere. Non si può sempre scaricarsi la coscienza dando la colpa al “sistema”, o ai politici, o al vicino o al parente che hanno il posto “fisso”. Non ci si può raccontare la favoletta che visto che tutti sono furbi “perché io no ?”. E’ urgente crescere e rendere dignitoso il lavoro. A partire dall’impiegato pagato ogni mese, che non ha mansioni, scrivania, capi, compiti, qualifica. Per continuare con l’imboscato di turno, e arrivare al raccomandato dai finti santi. Infine, il consulente senza responsabilità, senza obiettivi, senza incarico o senza contratto ottenuto con concorsi seri, senza aver prodotto uno straccio di parere o fatto alcunché, ma con il compenso e il gettone di (non) presenza, che guarda caso riceve regolarmente. Insomma, a partire da coloro i quali hanno fatto del lavoro una questione di NON dignità.

La questione articolo 18

Una parte rilevante del problema è legata al solito, immancabile, cronico ritardo italiano. L’articolo 18 è considerato come un diritto indiscutibile; è nei fatti ormai superato da sistemi perversi che a volte aggirano l’ostacolo, beffando le tutele che l’articolo dovrebbe garantire. E se allora è del tutto evidente che una legge in Italia diventa spesso “un consiglio” e non di più, allora ci si deve rendere conto che il miglior sistema per conservare il lavoro è lavorare bene. Nessun imprenditore avveduto e capace licenzierebbe un dipendente valido, produttivo, esperto, capace, serio. L’articolo 18 è una garanzia, ma come sempre ha una formulazione superata. Si applica in aziende con più di 15 dipendenti, un limite “antico”. Forse sarebbe opportuno riservarlo solo alle (veramente) grandi aziende, da 50 o anche 100 dipendenti in poi, che possono farla da padrone e con la voce grossa di cui dispongono possono superano tutte le garanzie (giuste) riservate ai dipendenti dalla legge. In queste realtà i dipendenti possono essere più facilmente vessati e trovarsi in posizione debole. Ma nelle aziende italiane, mediamente con non più di 20/30 dipendenti, l’articolo si traduce indirettamente in un ostacolo alle assunzioni. La paura di non poter licenziare incapaci, fannulloni, furbetti e sfaticati, perché tutelati allo stesso modo dei lavoratori capaci, seri, efficienti e produttivi (alla faccia della democrazia) ha da sempre incentivato soluzioni alternative. Per esempio, contratti a progetto, false partite IVA, contratti a tempo determinato per tutta la vita, se non addirittura lavoro nero. E oltretutto il lavoratore serio viene disincentivato da questo sistema di tutele rigide e pensa troppo spesso “ma chi me lo fa fare” ?

La dignità di faticare

Dovremmo pretendere la libertà di faticare, la libertà di avere la possibilità di rendere dignitoso il lavoro, senza scuse o scorciatoie. Il mondo non è dei furbi, è nostro. Dobbiamo pretendere la libertà di poter dire ai nostri figli, alla fine della giornata, che siamo stanchi non perché abbiamo passato il tempo ad annoiarci a morte, a vincere partite a carte, o in palestra o al parco dopo aver timbrato il cartellino, ma solo perché abbiamo LAVORATO. Dobbiamo pretendere la dignità.

Foto di skeeze da Pixabay

OCL

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