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Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

di Antonella Salvatore

Molti lavorano per lo stipendio, per mantenere la famiglia, per dare un futuro migliore ai propri figli.

Molti altri lavorano e si divertono, fanno professioni che li soddisfano, che danno loro gratificazione non solo economica, ma anche personale, sociale, morale.

Altri ancora lavorano ma sembra che non lavorino; li vedi partecipare a meeting, incontri, dibattiti, eventi. Non capisci cosa fanno, non capisci chi li paga.

Altri poi, dicono di voler lavorare, e cercano, cercano, ma spesso non sanno cosa stanno cercando.

Altri dicono di voler lavorare ma sostengono di non poterlo fare perché c’è  la disoccupazione ed i posti di lavoro non sono adatti per il titolo di studi conseguito.

Ha senso chiedersi se viviamo per lavorare o se lavoriamo per vivere?

Un lavoratore trascorre mediamente 8-10 ore sul posto di lavoro, senza considerare le ore extra, gli spostamenti da e verso il lavoro, senza considerare quando lavora da telefono, da casa, dal portatile che si porta in vacanza.

Vivere per lavorare o lavorare per vivere?
Una domanda che non ha più senso, perché vita e lavoro si sovrappongono spesso.

Perché la vita offre occasioni di lavoro e perché durante il lavoro si fanno esperienze di vita.

Una domanda inutile perché i rapporti che si coltivano per lavoro spesso sono anche rapporti di vita, rapporti personali e di amicizia.
Una domanda che non ha più senso perché siamo nell’epoca della condivisione, della sovrapposizione, del tutto insieme.

Un tempo il tempo durava tanto.

Oggi il tempo dura poco, ed un whatsapp é meglio di una email perché rispondi prima, e prima rispondi prima l’altro potrà rispondere a sua volta a qualcun altro.

Lavoriamo ovunque, auto casa, non solo in ufficio: ma viviamo anche ovunque, ad una velocità impressionante.

Sempre più persone scelgono la via dell’imprenditoria, si inventano qualcosa, creano un business, si ritirano in campagna per aprire un agriturismo, sviluppano una app per offrire un qualche servizio.
Le persone lavorano, poi stanno a spasso, poi cambiano lavoro e vita, vita e lavoro, occupati e disoccupati.

Cos’è il lavoro oggi?

Il lavoro dobbiamo crearlo ogni giorno così come creiamo la nostra vita ogni giorno.

E lo so che forse a noi tutto questo non piace.
A noi che ricerchiamo certezze e sicurezze, a noi che volevamo il posto fisso, a noi che “lo stato ci deve garantire…”

A noi, che avremmo voluto lavorare per vivere. E forse ci saremmo pure accontentati di vivere per lavorare.

Siamo nell’epoca in cui le competenze di vita, quelle trasversali (o soft se preferite), possono valere anche più delle competenze di lavoro, quelle tecniche.

Di sicuro, siamo nell’epoca in cui le competenze di vita sono più durature delle competenze tecniche, quello che oggi impari tecnicamente domani non serve già più.

Forse è per questo che sempre più aziende e datori di lavoro, prima di assumere, testano le competenze trasversali, ancora prima che le tecniche?

Che ci piaccia o no, questa è l’epoca della vita nel lavoro e del lavoro nella vita.

OCL

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