Con la cultura (non) si mangia?

di Giosuè Prezioso

Secondo un recente studio condotto da Ernst & Young e UNESCO, la popolazione mondiale impiegata nell’industria culturale rappresenta l’1% dell’intera popolazione attiva, agglomerando, in questa percentuale, ben 11 settori definiti ‘della cultura’ (arti visive, TV, editoria, pubblicità, architettura, riviste, arti performative, giochi, videografia, musica e radio).

Quanto vale l’industria della cultura nel mondo

Un endecagono di difficile analisi, ma che, secondo lo stesso studio, genera un rispettabile 3% del PIL globale, dando così il gomito all’industria delle telecomunicazioni, e sorpassando, addirittura, l’intera economia indiana.

Dallo stesso studio si apprende poi che il numero di occupazioni generate dallo stesso settore è pari a 29,5 milioni di unità, con le arti visive in testa alla classifica (6,73 milioni).

Uno scenario più che positivo, dal momento che, come conclude lo studio, le industrie culturali pare impieghino più lavoratori delle industrie automobilistiche di America, Europa e Giappone messe insieme.

Nonostante sia l’area asiatica a generare più impieghi nell’industria (12,7 milioni) è l’Europa, in proporzione alla propria cittadinananza, a garantire un tasso d’impiego solido e consistente, con 7,7 milioni di impiegati.

Quanto vale l’industria della cultura in Italia

Allargando dunque la lente sul vecchio continente, si apprende – dati Eurostat – che l’Italia, insieme alla Francia, è l’unico stato con oltre 100.000 aziende di natura culturale nel proprio paese; ma è la Germania, insieme al Regno Unito, ad avere le ‘imprese culturali più grandi’ (6 impiegati per azienda, verso i 3 della media europea).

Tirando dunque le somme – e avvicindandosi al Bel Paese – si potrebbe concludere che a livello globale – con le dovute diversificazioni – l’industria della cultura presenta un quadro più che positivo: un volume d’impiegati importante – sebbene organizzato in realtà molto piccole, un fatturato competitivo, e una presenza di enti sul territorio – soprattutto quello Europeo – radicata e vivace.

In Italia con la cultura si mangia?

E in Italia, come provocava Giulio Tremonti, ‘con la cultura (non) si mangia?’

Secondo uno studio piuttosto recente (2017) riproposto dal Sole 24 Ore, in Italia ‘l’industria creativa e culturale vale 48 miliardi’ e cresce, in controtendenza al PIL (+ 1,5% ca.), con un valore del +2,4%.

‘Un settore’, propone lo studio, che si pone come ‘terzo in Italia per occupazione’ e che genera, in termini di valore, ‘ricavati superiori ai settori delle telecomunicazioni e dell’industria chimica.’

Pare dunque che, in Italia, con la cultura, ‘si possa mangiare’ – e pure tanto – e che, se ci s’impegna, ci si può addirittura abbuffare!

‘Secondo gli esperti di E&Y’, continua infatti l’articolo, il settore avrebbe ‘un valore potenziale di 72 miliardi di euro’, dunque un ulteriore 40% circa rispetto alla già soddisfacente produzione attuale.

Le debolezze della nostra industria culturale

Se dunque l’industria culturale è già medaglia di bronzo dell’economia italiana per impiego, ed importante generatrice di PIL, come può fare, la stessa, ad ottenere questo potenziale 40% pronosticato da E&Y?

Aiuterebbe, sicuramente, un miglioramento del sistema. Se si prende in analisi il dato dell’organizzazione aziendale fornito da Eurostat – secondo cui, mediamente, le numerose realtà culturali impiegano 3 risorse umane per ente – è facile comprendere che, seppur vivacemente presenti sul territorio, queste singole realtà diventano satelliti troppo piccoli e difficili da affermare – nonché da mantenere, in un contesto già sovrappopolato da altre realtà culturali (oltre 100.000, cita lo studio).

La questione musei in Italia

Un problema di cui soffrono già, per esempio, i numerosi musei italiani. A parte la recente notizia (2018) che vede il Colosseo come l’attrazione culturale più ‘prenotata al mondo’ (dati TripAdvisor), in Italia, l’organizzazione museale per enti civici, provinciali, regionali, nazionali e le numerose altre forme pubbliche e private di culture viewing impedisce l’affermazione di centri culturali di riferimento, a vantaggio di centri più piccoli, anonimi e dispersivi che rendono meno funzionale e strategica la gestione delle risorse umane, culturali ed economiche versate negli stessi.

Un recente articolo (2018) pubblicato su Artribune presenta un dato positivo ma altrettanto critico: l’Italia dispone di 1 centro culturale (museo, campo archeologico, collezione, ecc.) ogni 13 mila abitanti, e di una densità di 1,5 centri culturali nel raggio di 100 chilometri quadrati.

Dati confortanti, certo, ma non del tutto, se si pensa che lo stato di mantenimento e promozione degli stessi accusi poi le conseguenze di fondi di supporto pubblico (e privato) limitatissimi: circa un terzo rispetto a quelli francesi e la metà di quelli spagnoli (dati Artribune).

Per non parlare poi di centri che chiudono o rimangono dimenticati, protetti da custodi locali, che rimangono spesso gli unici fruitori e stimatori degli stessi.

Il caso inglese: la metà dei centri culturali, il doppio del fatturato

Per avvicinarci dunque al pronosticato 40% sarebbe bene prendere esempio da stati virtuosi e produttivi – eppure meno ricchi di risorse culturali – come il Regno Unito, che pur registrando un numero di centri culturali inferiore di quasi il 50% rispetto a quello italiano (4,6 K verus 2,5 K) produce, dalle industrie culturali – con le dovute precauzioni e differenze del caso – quasi il doppio dell’Italia: 48 miliardi di euro, contro 95; nonché 1,5 milioni di posti di lavoro, contro 5,4 (dati gov.uk).

La chiave, come c’insegna il caso inglese, non è dunque il numero, ma la qualità e la strategia organizzativa che si applica sulla cultura: la metà dei centri, per il doppio del guadagno.

Come far crescere la nostra industria culturale

E poi tanto lavoro resta da fare sulla promozione – e non sul taglio! – della cultura, sulle riduzioni di fascia, sugli orari, i piani educativi, le attività culturali…

Alcune decisioni strategiche che non cancellerebbero i posti di lavoro, ma li ottimizzerebbero: piuttosto che 3 dipendenti in un piccolo centro, sarebbe meglio – l’Inghilterra c’insegna – 6 in uno intermedio; piuttosto che un museo ogni 100 chilometri quadrati, uno ogni 200, ma migliore, più efficiente e supportato, conosciuto.

E la discussione potrebbe andare ancora avanti: dalla cancellazione della storia dell’arte dalle scuole, agli emendamenti sulle gratuità museali, dai tassi di laureati in Italia a tutti gli altri dati che ci allontano dalla crescita e il progresso culturale.

Eppure gli ingredienti ci son tutti, sono tanti e vanno riorganizzati, per ‘mangiare’ tutti, meglio e ancora di più.

In Italia, dunque, (con) la cultura si mangia.

OCL

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