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Puntare sui giovani. E non puntar loro il dito contro

Silvia De Angeli

Dopo aver letto i commenti a seguito delle recenti manifestazioni studentesche, non si può rimanere indifferenti.

Semplicemente perché noi “giovani d’oggi“, quelli senza speranza e schiavi dei mezzi digitali, come qualcuno ci definisce, non siamo così indifferenti. Innanzitutto questo dibattito risente di troppe generalizzazioni, di parole costruite su pregiudizi e fondamenta instabili. A quelli che fanno “di tutta l’erba un fascio” e che si attaccano ad alcuni isolati casi di cronaca, vorrei ricordare che giovani lo sono stati anche loro e che anche allora – pochi o tanti anni fa – risuonavano ritornelli popolari come: “i ragazzi non sono più quelli di una volta”, “una generazione priva di ideali, di punti di riferimento e di valori”, “questi non hanno un futuro”…

Giovani d’oggi come capro espiatorio. Ma perché prendercela con loro? Perché generalizzare e ripetutamente etichettarli come “maleducati”, “indifferenti” o “ignoranti”? Tralasciamo il fatto che la società riflette chi la vive e che se dovessimo puntare il dito contro qualcuno dovremmo farlo contro tutti quelli che hanno caratterizzato la società in cui questi giovani si sono trovati a vivere (e sopravvivere), tutti quelli che l’hanno plasmata e portata ad essere il loro diretto riflesso. Ma non si tratta di trovare il colpevole né di accusare nessuno. I tempi cambiano e non si può rimanere a guardare.

Come un sovrano dispotico, dall’alto della sua comoda poltrona, la società tradizionalista chiede ai giovani un cambiamento. Il problema, innanzitutto, è che non si comprende che i giovani fanno parte di questo sistema sociale, non sono qualcosa di accessorio. Inoltre, per ottenere un cambiamento bisogna fornire loro gli strumenti e le competenze adatti a raggiungerlo: con critiche amare e avvilenti non si va da nessuna parte. Date ai ragazzi un motivo, uno scopo e un po’ di fiducia e vedrete come sapranno sorprendervi. Perché sì, la potenza dei giovani sta nel loro sguardo nuovo e non spossato, stufo o nauseato verso il mondo.

Dovremmo parlare di più coi giovani, tendere loro la mano. “Molti oggi parlano dei giovani; ma non molti, ci pare, parlano ai giovani” (Papa Giovanni XXIII). Dovremmo sentirci responsabili e non giudici nei loro confronti. Le nuove generazioni vivono un periodo di incertezza assoluta, di globalizzazione e ridefinizione di confini e valori e avrebbero bisogno di sopporto per riconoscere la propria importanza nel mondo, non di un’ulteriore pressione dall’alto.

Chi ha la passione e la fortuna di lavorare a contatto coi giovani (maestri, professori, educatori…), di conoscerli personalmente e dialogare con loro ha sempre un’opinione controcorrente, opposta alle negative e superficiali affermazioni della maggior parte, del –permettetemi- vero “gregge di pecoroni”. Infatti, da sempre, chi veramente ha speranza nel futuro della società crede nelle nuove generazioni e nell’importanza della loro formazione, di un contatto attivo ed interattivo con questo gruppo sociale.

Bisogna inserire i giovani come target primario nei molteplici appuntamenti che caratterizzano l’agenda italiana. Non basta dare loro soltanto qualche agevolazione fiscale, i concerti liberi nelle piazze o altre piccole ricompense. Puntare sui giovani significa organizzare corsi di orientamento e specializzazione gratuiti, sensibilizzarli e stimolarli con esempi concreti, sostenere le loro svariate passioni e non smussarle, sopprimerle o demoralizzarle… I giovani dovrebbero essere considerati punti essenziali di ogni riforma, sia economica che politica, e non fanalini di coda. Dovremmo puntare il dito verso di loro per coinvolgerli e non giudicarli: questa è una società civile. Soltanto chi parla coi giovani può comprendere le loro necessità. Ma attraverso quali canali formali loro possono far sentire la propria voce se non attraverso fragili ed effimere azioni sui social media? O meglio, perché la società ancora non riesce a comprendere il valore che la comunicazione digitale ha per i giovani? In quanto nativi digitali, i ragazzi di oggi sono cresciuti in una realtà in cui mondo fisico e digitale coesistono, in cui la loro voce si espande in questa estesa e dinamica dimensione.

Perché conviene credere nei giovani? Credere nei giovani significa progresso, perché soltanto le nuove generazioni sanno riflettere ed esprimere al meglio le caratteristiche e le nuove tendenze del mondo contemporaneo. Inoltre, la presenza di innovative e “pure” visioni in qualsiasi ambito lavorativo è uno strumento essenziale per la rilevazione di problematicità e potenzialità.

I giovani d’oggi, come quelli di ieri e di domani, hanno bisogno di essere messi al centro. Al centro della famiglia, del sistema scolastico, della politica e dell’economia. Un “centro” giovane e solido è la chiave per una società bilanciata e innovativa.

E stare al centro non vuol dire chiusura: i giovani devono premere per una maggiore mobilità e flessibilità sociale. Stare al centro significa ricevere attenzione, ascolto e risorse. Chi sta al centro può guardarsi intorno e conoscere. Solo aprendo il proprio rigido e selettivo sistema ai giovani, la società può finalmente divenire un insieme calibrato e coerente.

OCL

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