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Il lavoro è un diritto, ma non si eredita grazie al genere o alla razza. La lezione del Royal Wedding

Antonella Salvatore

Cosa mi ha colpito del Royal Wedding?

Tre cose.

La prima: L’ attuale duchessa del Sussex, ad 11 anni, scrisse ad una multinazionale per dire che la pubblicità di un detersivo era sessista, perché si rivolgeva solo alle donne, e non anche agli uomini.

La seconda: l’abolizione della frase “I will obey” “obbedirò”, dalla formula di rito che la sposa deve pronunciare nei matrimoni reali.

La terza: il matrimonio multi-culturale e multi-etnico, il reverendo americano, il coro gospel.

L’Italia, unitamente a Messico, Turchia e Grecia, ha il più basso tasso di donne occupate, circa il 48%, ed il più alto tasso di disoccupazione femminile nell’area OCSE (rapporto OCSE ottobre 2017). Nell’ultima analisi dei numeri del lavoro di un paio di settimane fa, nel dirci che siamo tornati ai livelli pre-crisi, l’ISTAT ci ha anche detto che è aumentato il numero degli occupati ma è sceso il numero delle donne occupate.

Poiché ogni volta che fornisco dei numeri cerco anche di capire le ragioni dei numeri, ecco alcuni chiarimenti.

Una indagine ISTAT del 2015 ha rivelato che il 44% delle donne è stato costretto a lasciare, o a trovare ruoli di minore responsabilità per ragioni di famiglia, che possono essere state la mancanza di asili nido, oppure il trasferimento della sede di lavoro del marito, oppure un familiare ammalato per cui serviva qualcuno che potesse accudire la persona (l’OCSE definisce le donne italiane le prime family carer, ossia coloro che accudiscono prima di tutto la famiglia, anche quella di origine, ad esempio i genitori anziani).

Dato non meno importante, le donne sono spesso state impiegate nella pubblica amministrazione e nell’insegnamento; se sono fermi i contratti di assunzione della pubblica amministrazione, ecco che non cresce il numero delle occupate.

E poi, la maternità. L’OCSE dice che la maternità in Italia dura mediamente 21.7 settimane contro 17,7 che è la media OCSE. Questo aspetto, che pensiamo essere a supporto delle donne italiane, in realtà le allontana ancora di più dal lavoro. L’Italia fa ancora poco affidamento sul congedo di paternità che sembra essere il più basso dell’area OCSE; molto semplicemente, dice l’OCSE, se le donne avessero una maternità più corta, e se gli uomini avessero una paternità più lunga, si ridurrebbero le discriminazioni verso le donne che oggi molte aziende esercitano. Non dimentichiamoci che in alcune aree geografiche le aziende fanno addirittura firmare le cosiddette “dimissioni in bianco“, cioè un modo per allontanare dal posto di lavoro la lavoratrice incinta, senza costi per l’azienda ovviamente (persino l’OCSE parla di questa pratica comune di dimissioni a pagina 143 del proprio rapporto).

Non ultimo, l’insufficienza degli asili nido e di una rete a supporto delle famiglie nella gestione dei figli.

Basta a spiegare i bassi numeri di occupazione femminile?

Ancora oggi, come un tempo, la donna deve scegliere lavori che le consentono di tornare a casa prima, di lavorare part-time, di rinunciare (o di non volere) lo stesso sviluppo personale e professionale degli uomini.

Tutto questo perché, oltre alla mancanza di servizi da parte del paese (come asili nido appunto), la nostra cultura è maschio-centrica, e le donne sono ancora viste come coloro che devono, innanzitutto, vivere in funzione degli altri.

La donna è colei a cui le multinazionali si rivolgono per vendere tutto quello che riguarda la cura della casa e della famiglia.

Apri la tv e vedi pubblicità in cui le donne puliscono, lavano, preparano il pranzo, aspettano il ritorno del marito; donne che sono sempre ben vestite, giovani, curate, di bell’aspetto.

Conduttori televisivi solitamente affiancati da vallette di bella o bellissima presenza, che almeno oggi sono vestite, ma fino ad alcuni anni fa erano pure poco coperte.

Madri che insegnano la cultura del “buon matrimonio” e non il valore della buona istruzione.

Quale tipo di self-confidence sviluppa una bambina/adolescente, se fin da piccola le viene insegnato che tutto quello che potrà fare nella vita sarà sempre e solo in funzione di un uomo? Quanto si ridurrebbe la violenza sulle donne se ci impegnassimo tutti per una cultura diversa?

Il terzo aspetto interessante del matrimonio reale riguarda la multi-culturalità.

Il rapporto della commissione parlamentare J-Cox indica gli italiani come una popolazione spaventata da tutto quello che è diverso e  non italiano, il rapporto parla di chi pensa che gli immigrati siano il 30% della popolazione, chi pensa che i musulmani siano il 20% del paese, chi riporta l’omosessualità come malattia (l’Italia viene indicato come il paese più omofobo della UE).

La cultura del lavoro di un paese nasce dalla condivisione, dall’unione delle forze, dal capire la ricchezza che deriva dagli altri, ad esempio dalle donne e dal loro modo di lavorare, o da chi ha un colore della pelle diverso dal nostro.

Come promuovere la cultura del lavoro se la gran parte di questo paese non parla neppure l’inglese, per paura di “contaminazione”?

Come promuovere la cultura del lavoro se, quando si parla di persone che hanno un colore diverso dal bianco europeo, si parla solo di “immigrati”, “terroristi” e “clandestini”?

I dati mostrano che a molti sfugge il fatto che anche chi ha un colore diverso dal nostro, può studiare, lavorare, vivere onestamente, ed avere diritto ad un lavoro.

Quello che mi ha colpito positivamente del Royal Wedding è che la monarchia inglese, rimasta fedele a se stessa nei secoli, ha capito (prima di noi) che non esiste futuro se non si parla di diritti delle donne e di integrazione dei popoli. Il matrimonio reale ci ha dato una gran bella lezione di cultura del lavoro (e di civiltà) .

Il lavoro è un diritto, vero, ma non si eredita grazie al genere o alla razza.

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OCL

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