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Impariamo ad imparare

Marco Travaglini

Negli ultimi 20 anni globalizzazione, digitalizzazione e smaterializzazione sono state tra le parole più diffuse nel mondo e nel mercato del lavoro. Contemporaneamente, altre parole come mobilità, ammortizzatori sociali, cassa integrazione e similari, continuano ad essere l’altra faccia della stessa medaglia. Negli ultimi due, tre anni, si sono aggiunti vocaboli nuovi come big data, IoT, industria 4.0.

È indubbio che la complessità del mondo in generale è esponenzialmente aumentata.

Si è passati da una economia della produzione automatizzata ad una frammentazione dovuta a forme di economia nuove: dalla network alla social, gig e sharing economy, fino ad arrivare a formule di economia circolare e modelli ibridi che, in aggiunta a modelli del ‘900 ancora in essere, segmentano ancora di più sia la tipologia di figure tecniche necessarie, sia soprattutto quelle di progettazione e gestione.

Ma cosa è successo realmente?

Perché, dagli ultimi dati (Istat – Inps), emerge chiaramente la tendenza a formulare contratti di lavoro sempre più determinati nel tempo e anche nei bisogni, da parte di tutte le categorie di imprese, maggiormente le mPMI?

Il mondo è così cambiato che la parola che forse racchiude tutto, conseguenza di questo contesto, è semplicemente velocità.

Le imprese, i manager o chi occupa ruoli diversi in settori diversi, sono tutti legati alla logica di velocità, ma di cosa? Sicuramente del cambiamento. Il grafico sotto (ripreso da lezioni del mio amico Fabio Lalli), rappresenta precisamente quello che è la principale causa di questo continuo veloce cambiamento. grafico

Prodotti e servizi che prima tenevano il mercato per anni, oggi si trovano ad avere cicli di vita anche di pochi mesi: (l’uso de) il digitale e tutti gli strumenti legati a questa rivoluzione di “algocrazia” (democrazia degli algoritmi), ci portano verso un mondo sempre più veloce nel cambiamento. Le conseguenze e il dibattito generato sul mondo del lavoro (non è qui che voglio portarlo), ci fanno pensare che le tipologie di figure professionali, in tutti i campi, hanno sicuramente una necessità comune che:

  • non è tecnica – legata al saper fare, sostituita sempre più dalle macchine,
  • non è neanche formativa nel merito,
  • non è neppure collegata a formule di cultura estrema di un singolo settore – tutto in sostituzione con software,

ma è invece molto attinente ad una trasversalità di concetti, azioni, accadimenti, tecnologie, persone, aree di interesse (fisiche e digitali) ma anche culture di popoli e di trend sociali in continua evoluzione, tali da imporre, ad ognuno di noi, la propedeutica propensione al cambiamento e dunque la continua attenzione ad imparare cose, azioni, tecnologie, persone e situazioni nuove e innovative.

Il problema dunque, oggi, è molto più di metodo che di merito, è molto più focalizzato su approcci e strumenti in divenire che su soluzioni statiche e sicure.

La verticalità del saper fare (o del sapere) novecentesca è ormai alle spalle, serve un approccio aperto a tutto il mondo che ci circonda, nel capire (il cambiamento de) i processi che accadono, gli eventi che ci contaminano e le tecnologie che ci circoscrivono. L’idea dunque che mi sono fatto, è che oggi – tutti quanti – dobbiamo assolutamente “imparare ad imparare” continuamente, soprattutto nel mondo del lavoro o di quello che sarà un giorno, nel quale forse non lo chiameremo più così.

OCL

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