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La cultura della maglia numero 10

di Antonella Salvatore

Abbiamo tutti presente chi indossa la maglia numero 10!

Il giocatore carismatico, quello che fa gol, che ci fa salire l’adrenalina mentre guardiamo l’Italia o la squadra del cuore giocare, quello che raccoglie il pallone dal centrocampo e te lo mette in porta, che colpisce il pallone e non sai neanche tu come… Il numero 10 è il campione, a volte un poco prima donna, quello che quasi non fa fatica, un gioco di testa e di piedi… Ed eccotelo che segna il successo di tutti.

E noi a gridare, ad alzarci in piedi e ad abbracciarci, come se quel gol lo avessimo segnato noi, come se quel successo fosse il nostro personale successo.

La vita professionale assomiglia sempre di più ad una partita di calcio, dove per avere successo devi essere per forza il numero 10.

Stiamo coltivando la cultura della maglia numero 10. Bambini pieni di impegni come fossero manager, giovani studenti e candidati sotto pressione per essere “uomini e donne di successo”, “i leader di domani”, scuole ed università che preparano “i manager del futuro”. Slogan giusti e sbagliati che mettono tanta pressione, che ti fanno venire l’ansia da prestazione e ti tolgono il fiato se non corri al ritmo giusto.

Ma possiamo essere tutti, sempre e solo, numeri 10? Se così fosse saremmo parte di una squadra sbilanciata, senza coordinamento e senza difesa. Ma non essere i numeri 10 non ci impedisce di essere grandi professionisti, persone soddisfatte, donne e uomini di successo, pienamente realizzati, con la capacità di portare la squadra a performare al meglio. La mancanza del numero 10 non ci impedisce di essere quello che vogliamo essere. Tornando alla metafora calcistica, lascio perdere i numeri 10 (mi perdoneranno i tifosi di ogni fede calcistica!) e rivaluto i ruoli del centrocampo e del portiere.

Il centrocampista/regista

Il mondo professionale non ha solo bisogno dei numeri 10 (a volte ce ne sono anche troppi e non fanno nemmeno tanti gol), ma ha bisogno di centrocampisti, meglio ancora, di “registi” della squadra.  Il “regista” anche playmaker, costruisce il gioco, pianifica e coordina (insomma l’Andrea Pirlo della situazione, per ricordare la nostra recente nazionale).

I playmaker hanno visione, costruiscono le regole del gioco, cambiano le tattiche in base alla stanchezza dell’avversario e fanno correre la palla, che prima o poi arriverà al numero 10. Molti dimenticano che senza questa regia non ci sarebbero i successi e non vedremmo i gol!

E il portiere?

La vita professionale è fatta anche di fallimenti, di difficoltà e momenti di crisi. Ed eccoti che arriva il portiere, colui che para i gol, impedisce la sconfitta e può fare la differenza quando la squadra è in difficoltà. L’uomo che si muove poco per la gran parte del tempo, ma che si muove al momento giusto. Allora viva il centrocampo e viva i portieri!

Non ci sono solo momenti di gloria nella nostra vita: dobbiamo sviluppare anche la capacità di essere registi, di dimostrare una attitudine entrepreneurial e capacità di adattarci cambiando le regole del gioco.

Abbiamo bisogno di visione e di cambio tattica. Abbiamo bisogno di fatica, quella di portare su il pallone dall’area nostra fino alla porta avversaria.

Ed abbiamo anche i momenti in cui diventa importante parare i colpi ed ingegnarci per capire come coprire meglio la nostra porta per non ricevere gol. Ed ecco perché penso che dovremmo iniziare ad apprezzare maggiormente la cultura del centrocampo e della porta. Insegniamo, fin da giovanissimi, fin dalla scuola, ad adottare anche la cultura dei centro campisti e dei portieri, per fare capire che si può essere felici, soddisfatti, si può portare valore e far parte di una grande squadra anche se non si indossa la maglia numero 10.

La gran parte della partita viene trascorsa a correre, tessere e costruire, e qualche volta a parare: è così che arriva il gol (che dura un attimo, non dimentichiamolo).

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OCL

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