Social franchising, il non profit si fa replicabile?

social franchising

di Andrea Ciancarelli

Quando pensiamo al “franchising” ci viene subito in mente un’impresa tipicamente “profit”. Ma nulla ci vieta di ampliare la nostra visione e ragionare anche sul non-profit. Del resto, se la legge non pone limitazioni in tal senso, perché mai dovremmo farlo noi?

La contaminazione tra mondo profit e non profit

In questi ultimi anni, ho avuto la fortuna di entrare in contatto con il mondo del non-profit e con alcuni professionisti impegnati in prima linea con le loro competenze a servizio del sociale. Per qualcuno può trattarsi ancora di un mondo “alieno”, spesso quasi totalmente estraneo; eppure, soprattutto negli ultimi tempi, l’integrazione e il contatto tra profit e non -profit, sono divenuti sempre più forti, portando ognuna delle due parti a contaminare l’altra, a volte in maniera anche strutturale e profonda. Ed in tutto questo, il franchising non fa eccezione.

La replicabilità applicata al mondo non profit

In questo settore, infatti, si sta sviluppando un nuovo approccio, anche se ancora decisamente poco conosciuto, quello del social franchising. Esso permette di portare le dinamiche e i vantaggi della replicabilità all’interno delle organizzazioni non-profit. In questo modo, è possibile replicare modelli funzionali e davvero di impatto per i loro beneficiari con la struttura, la logica e, soprattutto, l’organizzazione del franchising. Un modello che di fatto non inventa nulla di nuovo, ma che al tempo stesso è del tutto rivoluzionario. Sono tantissime infatti le realtà non-profit che all’atto pratico hanno già un’impostazione molto vicina al franchising comunemente inteso, ma che non ne sfruttano appieno le potenzialità.

Il social franchising

L’art. 1 della legge 129/2004 recita che il franchising “è il contratto, comunque denominato, fra due soggetti giuridici” che risponde a determinate impostazioni. Queste, a loro volta, sono spesso già presenti in diversi modelli collaborativi del non-profit. Si tratta quindi, in effetti, di attribuire a questo modello il nome appropriato, anche al fine di mettere a conoscenza (e a disposizione) degli attori tutti gli strumenti che il franchising possiede e che sono necessari ad una collaborazione efficiente e proficua, cosa che peraltro avviene già in molti altri paesi, come negli Stati Uniti, ad esempio. Il social franchising è un modello che fonda le sue basi sui molti punti in comune tra profit e non-profit. É un’impostazione che non ha clienti, ma beneficiari. Risulta sostenibile per chi decide di affiliarsi, apportando una buona fonte di guadagno (se possiamo usare questo termine) ma allo stesso tempo che non è orientato al profitto, quanto piuttosto al benessere, appunto, dei beneficiari finali. Anche in Italia, in molti settori, il social franchising potrebbe aiutare chi lavora nel sociale per crearsi un futuro più sostenibile, anche economicamente, ma senza andare ad intaccare quelle che sono le dinamiche del “dare” e dell’”aiutare”.

Il mondo del sociale ha le sue dinamiche

Ci vuole cautela però. Bisogna tenere presente che siamo in un territorio di confine, in cui perfino la terminologia da usare, a volte, può andare in conflitto. Ciò che ha un’accezione positiva in un mondo, spesso, ne ha una negativa nell’altro, e viceversa. Con il giusto approccio, però, i progetti di social franchising potranno essere sempre più diffusi. Troveranno facilmente spazio all’interno di mercati con domande ben specifiche ed affiliati in figure professionali che spesso stentano pur di portare avanti il loro ideale o la loro vocazione. Con questa nuova impostazione, anche questi profili potranno trovare una soddisfazione non solo vocazionale ma, perché no, anche economica. Certo, vanno rivisti ovviamente vision e mission dei progetti. Se l’obiettivo principe è creare una rete solida e profittevole da vendere magari, un giorno, al fondo di turno, il social franchising non è certo la soluzione. Ma in effetti non è questo il target a cui è rivolto.

Un mercato ancora tutto da creare

Si tratta piuttosto di un mercato ancora inesplorato, dove i franchisor avranno a cuore, ancor prima del loro stesso progetto, i beneficiari finali. Un mondo in cui i valori di “aiuto”, “assistenza” e sostenibilità progettuale saranno condivisi in tutta la rete. Tutto questo avverrà attraverso procedure ed impostazioni definite in un Manuale Operativo, imposte da Contratti di Affiliazione e supportate da piani marketing condivisi, al fine di rendere la gestione di ogni punto più organizzata ed efficiente, come dovrebbe accadere in qualunque rete in franchising che si rispetti. Quello del social franchising è un mercato che non ha ancora frontiere e definizioni precise. Potrà trovare il proprio spazio e la propria dimensione in un contesto decisamente suo, quasi parallelo rispetto al classico profit. E forse, proprio per questo, sicuramente affascinante.

Foto di Tim Marshall su Unsplash

OCL

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