Il disagio giovanile in era covid

disagio giovanile

Intervista agli psicologi Enrica Piermattei e Andrea Mazzeo, fondatori e partner di Elidea Psicologi Associati

I giovani hanno vissuto e vivono un forte disagio psicologico in epoca di pandemia. Accusati spesso anche di essere gli untori, nel mezzo di un mondo che sta cambiando e che non li comprende.

Lo scenario attuale, e quello prossimo futuro, vedono ancora protagonista della scena il Covid-19  e il protrarsi dei suoi forti impatti sulla salute, sull’economia, sulla famiglia, sulle relazioni, sul lavoro, sulle organizzazioni e sul sistema Paese (nazionale e internazionale). Tutto questo insieme alle misure atte a contenerne le ricadute nocive e a combattere il virus attraverso un’intensificazione della campagna vaccinale in grado di tutelare le maggiori fragilità e le popolazioni ad alto rischio. Accanto alle legittime preoccupazioni di ciascuno inerenti la salute personale e dei propri cari, infatti, l’emergenza pandemica ancora in atto ha fortemente impattato su stili di vita personali, familiari e lavorativi. Basti pensare alla chiusura delle scuole, alle misure restrittive in termini di mobilità e relazioni. Ma anche alla “forzata” condivisione degli spazi e dei tempi, alle difficoltà nell’assistere i familiari anziani, alle nuove forme di formazione e lavoro. 

Quali sono le cause di disagio delle nuove generazioni?

In termini generali possiamo affermare che il Covid-19, e in particolare il protrarsi dell’emergenza sanitaria in quest’ultima fase, ha accelerato l’emergere e amplificato l’intensità dei temi tipici e critici delle diverse fasce d’età. E quindi anche di quella dei “giovani adulti” (18-30 anni) che, già nella sua denominazione, racconta il passaggio, la trasformazione, il “salto” in una dimensione nuova. È di questo periodo di vita, infatti, il lavoro di costruzione della propria identità attraverso percorsi formativi, professionali, relazionali, sociali e di sana ribellione verso la graduale autonomia e indipendenza. In contrapposizione alla fase di “dipendenza” precedente e verso il “debutto” in società. Al netto delle specificità delle storie individuali, che possono raccontare “variazioni più o meno accentuate sul tema”, nel percorso di trasformazione e costruzione di identità possiamo senza dubbio rilevare alcune complessità, che rendono tale fase particolarmente delicata e difficile. Tra queste ansia e preoccupazione – legate alle scelte, alle decisioni, all’incognita del futuro. Ma anche irrequietezza, ribellione e messa in discussione di modelli e riferimenti abituali. E poi ricerca di nuovi riferimenti o nuovi paradigmi relazionali e sociali, presa in carico di decisioni adulte, esigenza di supporto. È in questo limbo tra “il non essere più” e il “non essere ancora” che si giocano contraddizioni, vissuti di incomprensione, sensazioni di non riconoscimento – soprattutto da parte dei modelli di riferimento, rabbia e frustrazione. Come in tutti i riti di passaggio, tali aspetti appartengono alla fisiologia dei processi di cambiamento e trasformazione e sono produttivamente compensati e accompagnati da risorse sociali, relazionali, istituzionali e progettuali. In tempo di Covid-19 il rischio è che il carico sia fortemente sbilanciato sul versante delle difficoltà e del disagio. E la ricerca dei riferimenti necessari, soprattutto relazionali, viene facilmente etichettata come superficialità, incoscienza e colpevolezza. 

Queste cause si sommano ad altre tipiche della giovane età oppure le sostituiscono completamente dato che siamo entrati in una nuova era?

Le cause di disagio di questo momento stra-ordinario amplificano e anticipano quelle della nuova era e, sicuramente, si sommano a quelle tipiche della fascia d’età dei giovani adulti. Giovani studenti, spesso disorientati rispetto alla difficile scelta del proprio percorso formativo in un panorama di opportunità non sempre note o chiare. Giovani lavoratori e professionisti nel pieno delle loro prime significative esperienze professionali, laureati alla ricerca della prima occupazione in un mercato del lavoro complesso e in trasformazione, si trovano a dover affrontare una fase densa di domande e priva o carente di risposte. Il tema della gestione dell’incertezza e della complessità ha aumentato le sfumature in cui può essere declinato.

La pandemia acuisce il disagio quindi?

I modelli e gli esempi, già in trasformazione, appaiono ora fortemente inadeguati e incompleti perché essi stessi messi a dura prova dall’uragano Covid-19. La paura del futuro rischia in alcuni casi di trasformarsi in panico da complessità. Il timore del virus attiva meccanismi di difesa che vanno dalla negazione del pericolo e comportamenti di mancato rispetto delle normative anti-covid fino all’immobilismo e all’evitamento paranoide e generalizzato. Le forti limitazioni e il perdurare di tali restrizioni aumentano il senso di costrizione. Condizionano fortemente le possibilità di sperimentazione e condivisione, creazione e alimentazione di nuovi riferimenti relazionali e sociali fondamentali nel processo di trasformazione. Al tempo stesso appaiono più frequenti e impattanti vissuti emotivi quali rabbia, frustrazione e tristezza. Ma anche la conseguente manifestazione di comportamenti disfunzionali quali risposte conflittuali e di attacco, isolamento depressivo, ricorso a sostanze in grado, nella percezione, di supportare la capacità personale di sostenere il sovraccarico.È fortemente aumentato anche per questa fascia d’età il ricorso a psicofarmaci, al consumo di alcool, al virtuale.

Che cosa deve fare un giovane oggi per trovare un equilibrio personale?

A fronte della complessità delineata, è quindi fondamentale l’utilizzo di strumenti e misure atti ad accompagnare la capacità di fronteggiare il carico, anche emotivo, interno ed esterno di ciascuno, sia sul piano personale che formativo o professionale. Mai come in questo tempo, infatti, l’evidenza della stretta correlazione è stata così forte e condivisa. Cosa fare, dunque? In che modo fronteggiare la fase e il periodo? In che modo direzionare scelte e comportamenti verso un possibile equilibrio nella costruzione di identità personale, sociale, professionale, nonostante la pandemia? Come disinnescare i rischi, tanti e diffusi, sopra esposti? Le risposte, sicuramente non esaustive, fanno riferimento alle strategie di coping utili a gestire e sostenere il carico. In particolare, possono rientrare in due grandi assi di investimento: potenziamento delle risorse personali e potenziamento delle risorse esterne a cui attingere. Parallelamente, allenare il pensiero progettuale. Riservarsi, e non trascurare, uno spazio mentale e operativo per il tempo post- Covid19. Da dove partire, concretamente? Intanto dalla messa a fuoco e dall’utilizzo delle risorse già presenti. Anziché concentrare l’attenzione sulle mancanze o sui limiti imposti, spostarla su ciò che abbiamo, sullo spazio che quei confini lasciano e sul suo possibile utilizzo. Regolare, poi, il nostro tempo inserendo attività verso obiettivi costruttivi rilevanti. Rafforzare le proprie risorse fisiche, emotive, intellettive, relazionali, sociali e professionali. 

E come arrivare ad un equilibrio professionale? (che spesso va di pari passo con quello personale)

Impegnarsi in percorsi di formazione, di acquisizione o consolidamento di competenze utili e funzionali ai propri progetti. Curare il benessere fisico, individuando alternative nei confini delle misure attuali. Ma anche coltivare e condividere interessi ed hobby. E alimentare relazioni e socialità attraverso nuove forme dentro i confini della normativa, anche sfruttando le opportunità del remoto. Non ultimo, attivarsi in percorsi in cui sentirsi utili (ad es. volontariato) e che consentano, al tempo stesso, di uscire dal rischio di isolamento, saper chiedere aiuto in caso di necessità e condividere le difficoltà. Interrogarsi, infine, sul post Covid-19. Su cosa voglio farmi trovare pronto una volta uscito dalla pandemia? Quale bagaglio di insegnamento voglio portare con me di questa esperienza così impattante? Quali relazioni voglio aver rafforzato e come? in che modo potrò sentire di essere stato utile? E poi? Agire di conseguenza, sfruttando la migliore risorsa di questo periodo di vita: l’energia vitale.

Foto di Devin Avery su Unsplash

OCL

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