Tre nuovi lavori nell’arte

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di Giosuè Prezioso

Il famoso artista William Blake una volta sentenziò che “dove giace il denaro, non c’è arte.” L’asserzione è ambigua – dividendosi fra pratico e poetico – ma si rivela tuttavia letterale quando a parlare sono le classifiche.

Il mondo dell’arte, quello meno remunerativo

Secondo recenti indagini dell’Institute for Fiscal Studies, infatti, il mondo delle arti si posiziona come ultimo, per giovani laureati, in termini di ricavi. Il segnale è così incisivo che a precedere le arti è l’agricoltura – settore comunemente più lontano dall’accademia – che, dunque, invita a riflettere sul reale impegno accademico, economico ed intellettuale da investire nel campo. Un altro studio condotto da Bankrate compara ancora più marcatamente le differenze fra professioni ‘scientifiche’ e ‘artistiche.’ Le prime si caratterizzano per un salario annuale medio di $ 108,658 e un tasso di disoccupazione del 2.3%; le seconde, invece, portano a casa circa un terzo dei loro ‘cugini STEM’ ($ 40,855) e rimangono senza impiego quasi quattro volte di più degli stessi (9.1%).

Imparare dagli agricoltori

Da vicina di podio, l’agricoltura può ispirare interessanti rivoluzioni per il settore delle arti. Uno dei fattori che ha concretamente innescato il boost è stata la tecnologia e soprattutto l’abilità di aver pensato laterale. Secondo il National Institute of Food and Agriculture d’America, infatti, il processo di tecnologicizzazione nell’agricoltura ha indotto a una serie di benefici non solo sui risultati, ma anche e soprattutto sull’imprenditorialità del settore. Quest’ultimo conta oggi figure come ‘ingegneri agricoli,’ ‘tecnici dei droni per l’agricoltura’ e ‘agropreneurs’ – una figura ibrida che accorpa l’agro e il preneur, l’imprenditore agricolo, insomma. 

Tre nuovi lavori nell’arte

Per fluire nella rigida gerarchia delle professioni, dunque, è necessario abbracciare i cambiamenti e pensare laterale. A questo proposito il mercato del lavoro propone interessanti commistioni professionali, che potrebbero trasformare il mondo delle arti in un settore ancora più ibrido, multidisciplinare ed innovativo. Vediamo tre nuovi lavori nell’arte. Ecco le professioni, in ordine crescente per innovazione e sorpresa. 

L’arteterapeuta

Ad aprire il sipario è l’arteterapeuta. Una figura nota, citata spesso, ma poi dubbiamente utilizzata e confinata a programmi sempre sperimentali, quasi alla ricerca di un’approvazione socio-professionale che tarda ad arrivare. In alcuni paesi, l’arteterapeuta agisce su un ventaglio di campi. Non solo come mediatore di emozioni e traumi, ma anche per facilitare integrazione e innescare processi di ‘acculturation’. Non ultimo, mediare con professionisti conflittuali, fare team building, lavorare con pazienti con disabilità, o semplicemente curiosi. Negli Stati Uniti e nei paesi del Nord Europa, soprattutto, l’arteterapeuta continua una graduale ascesa in diversi campi e target di pazienti. Non ultima, la notizia di medici che prescrivono musei come luoghi terapeutici, e dove dunque, tale figura, diventa collante e mediatrice. L’attesa di un’approvazione più complessa ed integrata, dunque, dovrebbe ispirare a fare, in più campi e con più target, rendendo la figura un riferimento multidisciplinare e multipresente.

Il consulente d’arte

La seconda professione è quella del consulente d’arte (o art consultant, come più consueto). Probabilmente orecchiata in conversazioni di settore, il consulente d’arte è oggi una figura paradossalmente complessa da trovare. Alla stessa sono infatti richieste, fra le altre, competenze estetiche, finanziarie, legali, curatoriali e museologiche. Eppure, visti i programmi di formazione, alla stessa manca sempre un pezzo. Si trovano dunque economisti con esperienze nell’arte; storici dell’arte con esperimenti economico-legali; più figure che lavorano allo stesso progetto, e altre camaleontiche impalcature professionali che ad oggi, solo in alcuni casi, convergono in un* professionista. Eppure il settore è crescente. Deutsche Bank, sopra a tutte, ha “la più grande collezione di corporate art nel mondo,” con “60.000 pezzi in 900 uffici di 40 peasi” – ovviamente costruita da art consultant(s). Un algoritmo così frizzante che dovrebbe motivare non solo i competitors, ma anche gli stessi professionisti dell’arte ad adoperarsi in un settore che ha risorse, crescenti, ma non del tutto sfruttate. 

L’alchimia del fusionist

Ultima in ordine, ma prima nel climax di questa serie, è la figura del fusionist. Termine che rievoca mondi quali l’arte, l’alchimia e la metallurgia. A collaudare tale figura sono i laboratori di Microsoft Research, che nel descriverla si rifanno davvero ai campi di cui prima. “Le prime forme di tecnologia,” spiega Asta Roseway, principal research designer, “si presentavano come un grande blocco di ghiaccio: non propriamente accessibili, goffe e con la costante necessità di specialisti che ausiliavano alla gestione.” “La tecnologia di oggi,” continua Roseway “si fonde e si trasformerà da solida a liquida e gassosa, permeando quasi in ogni aspetto delle nostre vite e creando opportunità multidisciplinari.” “Tale diffusione,” conclude dunque la designer “diventerà la base per i lavori di design del futuro. Il ruolo del designer sarà dunque quello di “fondere” arte, ingegneria, ricerca e scienza. L’abilità di pensare criticamente mentre si lavora fluidamente fra discipline, mescolando le migliori pratiche di ognuna di esse. Ciò è quanto renderà tale un “Fusionist.”” 

Essere sm-art

L’ingegneria delle professioni ci suggerisce dunque che, nelle arti, molto già esiste, ma è sfruttato o pensato solo in parte. Come per l’agricoltura e altri settori occorre apertura, pensiero laterale, commistione e fusione, al-chimia professionale, insomma. In un semplice e giocoso meccanismo di parole impiegato nel settore occorre essere letteralmente ‘sm-art.’

Foto di Martino Pietropoli su Unsplash

OCL

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