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Banksy, quando l’arte si fa protesta

Bansky streetart

di Serena Selvarolo

L’artista più controverso del nostro tempo. Colui che ha fatto dell’anonimato non solo una scelta di vita ma, diciamolo, una vera e propria strategia di marketing vincente. Questo è Banksy. “Non so perché le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata, dimenticano che l’invisibilità è un superpotere.”

Banksy a visual protest

Lo street artist britannico si fa scoprire attraverso le sue opere più iconiche. A Roma presso il Dart – Chiostro del Bramante con la mostraBanksy a visual protest” inaugurata lo scorso 8 settembre e visitabile, nel rispetto di tutte le norme di sicurezza, fino all’11 aprile 2021. L’esposizione di oltre 100 opere realizzate tra il 2001 e il 2017. Arrivano a noi grazie alla tecnica dello stencil – soluzione artistica che lo stesso Banksy utilizza sulle grandi superfici sparse nelle città – si mostrano e si replicano grazie a stampe su carta o tela. Fra le opere presenti anche progetti discografici per le copertine di CD e vinili e anche di libri, provenienti tutte da collezioni private.

Un messaggio forte e democratico

Il percorso espositivo nel quale lo spettatore si immerge scrutando le opere presenti tra le stanze cinquecentesche della location, ascoltando o leggendo le narrazioni sparse lungo i diversi ambienti, fa percepire chiaramente il messaggio dell’ignoto artista che con ironia, sentimento e grande provocazione, grida con forza al mondo intero il suo pensiero di protesta, una protesta visuale appunto. Non c’è opera di Banksy che non celi una qualche forma di denuncia contro l’establishment occidentale. Ma anche contro la globalizzazione di massa, contro la privazione delle libertà in genere, prima fra tutti, ovviamente, quella d’espressione. L’artista è irriverente in particolare con la Corona inglese. As esempio, raffigurando la Regina Elisabetta con il volto di una scimmia con un bersaglio dei colori della bandiera britannica come sfondo. Oppure la Regina Victoria in una posa saffica come protesta per l’emanazione di leggi contro i gay nel periodo del suo regno.

Autenticazione e controllo

Esplicito il contrasto al controllo monarchico da parte dell’artista. Ha sostituito il volto di Lady Diana a quello della Regina per produrre una falsa banconota da 10 sterline nel 2004, la famosa “Di-faced Tenner”, con la dicitura “Banksy of England”. Operazione molto astuta. Gli ha consentito l’ingresso ufficiale tra le opere del British Museum grazie alla donazione di Pest Control, la società senza scopo di lucro creata dallo stesso artista per vendere e autenticare le sue opere. Uno strumento per avere il controllo completo sulla sua arte evitando di delegare gallerie o musei. Ed è proprio una metà della banconota con Lady D a rappresentare il documento di autenticazione delle opere dello street artist ed evitarne la contraffazione. Sulla banconota è infatti riportato un numero di identificazione scritto a mano che corrisponde a quello presente sull’altra metà che rimane alla Pest Control ovvero in possesso dello stesso artista. È quindi molto complicato per un eventuale falsario riprodurre l’opera e la metà della banconota. Ma, soprattutto, la restante parte del finto contante che contiene quello che resta del numero identificativo dell’opera oltre ad altri piccoli dettagli che non potranno mai combaciare con l’originale.

Speranza e denuncia

Tutte le opere di Banksy presenti nella mostra sono un grido di speranza e di denuncia. È così per la famosissima “Girl with Balloon”. La bambina a cui sfugge di mano il palloncino a forma di cuore rosso sullo sfondo di un muro rovinato. A significare la speranza che non muore mai, proprio come testimoniato dalla frase originale “There is always hope” presente accanto all’opera alla sua comparsa nel 2002 sulla facciata di un negozio di Londra. Espressione di denuncia quando invece tratta i temi dell’emergenza ambientale, della migrazione, della povertà, della guerra e dell’inquinamento. Come nei casi di “Napalm”, “Toxic Mary”, “HMV”. E ancora “Flower Thrower”, il lanciatore di fiori. È un giovane uomo con un fazzoletto che gli copre il volto e con il braccio esteso all’indietro come per lanciare una molotov. Con la differenza che al posto della bomba c’è un mazzo di fiori. Segno forte di speranza contro la distruzione della guerra, apparso nel 2007 a Betlemme sulla barriera muraria che funge da separazione tra i territori israeliani e quelli palestinesi. Proprio ai murales realizzati su questa barriera è dedicata un’installazione multimediale con immagini reali dell’attività dello street artist in quei territori. Una mostra da non perdere per conoscere più da vicino il pensiero di questo ignota artista britannico che sta trasformando l’arte di strada in un dirompente, e non ignorabile, messaggio di denuncia sociale.

Photo credits: Serena Selvarolo

OCL

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