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La rivincita dell’apprendimento a distanza

apprendimento distanza

di Giosuè Prezioso

Chissà quale narrazione avrebbe l’epico romanzo Cuore di Edmondo De Amicis se inscenato oggi, nell’era COVID. Mascherine, rotelle, distanze, rotazioni e virtualità, e soprattutto questa, tanta virtu-alità. Una parola che in Latino (virtus) indicava una forza potenziale, ma tuttavia invisibile. Ed è questa, fra le tante, la domanda che si pongono pedagoghi, insegnanti, genitori e studenti stessi. Ad esempio,quanto è forte ed efficace la virtualità nel mondo dell’apprendimento? Oppure chiedersi “Quanto imparerà mio figlio?” O “Quanto sarà efficace la mia lezione?” “Quanto è compromesso l’anno?” Queste, e altre, sono le domande che i diversi attori di questo esperimento secolare si pongono su base quotidiana e che alcuni studi hanno provato ad investigare. 

Apprendimento a distanza: migliore o peggiore?

Ad aprire le danze è una ricerca dal titolo ambizioso che tenta di rispondere al quesito con spirito tranchant. Apprendimento a Distanza: Migliore, Peggiore o alla Pari dell’Apprendimento Tradizionale? Uno studio della professoressa Shelia Tucker della East Carolina University, che mediante un monitoraggio complesso dei contenuti, le performance e i responsi comportamentali, conclude che “l’apprendimento a distanza può dirsi alla pari di quello tradizionale.” Inoltre, pur ammettendo la necessità di approfondimenti, la Tucker accenna a “risultati superiori” agli esami finali negli studenti con modalità a distanza. La stessa professoressa rintraccia nella mancanza di “autorità” e “libertà nel lavorare autonomamente sui materiali didattici” i vantaggi del sistema long-distance. Un’intervista recente a Christine Greenhow, Professore Associato presso la Michigan State University, conferma quanto timidamente introdotto dalla Tucker. “La ricerca dimostra,” asserisce infatti Greenhow, “che gli studenti online avevano performance migliori di coloro che ricevevano insegnamento frontale.” “Un insegnamento online d’eccellenza,” continua Greenhow, “mette insieme elementi secondo cui gli studenti possono studiare con i propri ritmi e con i loro tempi,” “ma va fatto per bene,” conclude.

La progettazione dei contenuti virtuali

Se infatti le ricerche dimostrano che l’apprendimento a distanza funziona e può essere addirittura più produttivo è forse il delivery, ovvero la progettazione e somministrazione dei contenuti virtuali, a doverci interessare. In un mondo in cui l’e-learning cavalca a margini di crescita miliardari – $ 350 entro il 2025, secondo Forbes – è infatti alquanto surreale insistere sull’opinabile efficacia di questa realtà. Con onestà, dunque, bisognerebbe agguantare il binocolo e vedere il problema, che non è nella tecnologia – che crea vantaggio, ma nel processo che ci porta ad accedervi: abbiamo tutti connessione? Docenti tecnologicamente preparati? Genitori non-lavoratori che possano affiancare? Sappiamo cos’è un e-book? Come scaricare e convertire un PDF in Word? Sappiamo navigare una piattaforma multi-pagina e strumenti?

Il supporto tecnologico ai docenti

Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI), un’indagine della Commissione Europea che valuta i tassi di economia e società digitale(izzata), l’Italia è al 25esimo di 28 paesi censiti. Nonché 26esimo in termini di connessione domestica – chi ha un abbonamento e quindi accesso ad internet, insomma. A rendere ulteriormente complessa la situazione è l’età media dei docenti italiani, che, secondo l’OCSE, è la più alta dell’intera area. Abbiamo i docenti più anziani dei 37 paesi dello studio. Un dato che non deve demonizzare l’età, ma altresì supportare un processo di alfabetizzazione tecnologico probabilmente meno intuitivo per tanti. L’Italia è infatti risultata al 72esimo posto (di 79) in un recente studio sulle competenze digitale degli insegnanti

È dunque la modalità o l’infrastruttura – la preparazione, il supporto, la facilitazione – il limite? Marie Curie ammetteva: “mi è stato insegnato che la strada per il progresso non è rapida né facile” ma nemmeno impossibile. È carica di concreta speranza la notizia dell’aprile scorso che vide un gruppo di Carabinieri consegnare un pc ad un bambino che non ne aveva uno; un segno di quell’Italia piena di risorse, che tutto il mondo, nell’esperienza COVID, continua a fregiare come modello. 

Foto di Andy Falconer su Unsplash

OCL

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