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L’importanza di saper giocare a scacchi

scacchi

di Leonida Valeri

A fine agosto si sono concluse le Olimpiadi degli scacchi e l’Italia non ha superato il primo turno di qualificazioni, classificandosi quinta nel proprio girone. Un risultato che potrebbe equivalere a una posizione compresa fra la 17ª e la 20ª nel mondo. La news è nota agli addetti ai lavori e forse a pochi altri. Purtroppo gli scacchi faticano a catturare l’attenzione che meriterebbero, anche nei periodi in cui c’è penuria di notizie, come quello estivo. Eppure l’importanza di questo «sport per la mente», soprattutto nella formazione dei giovani, è acclarata.

Una nazione fondata sul pallone

Diciamo che il nostro Paese non brilla sulle 64 case della scacchiera, e questo da sempre, anche se le potenzialità ci sarebbero. Del resto, come dice provocatoriamente qualcuno, l’Italia è una nazione fondata sul gioco del pallone. Anche se ultimamente i risultati latitano pure nel calcio. E non solo. Siamo circondati dal mare e non vinciamo nella vela: l’ultima medaglia d’oro olimpica risale al 1952, a Helsinki. Ma è l’ultima di due: la prima l’abbiamo vinta a Berlino, nel 1936. Poi c’è da annoverare un successo, però col windsurf, 20 anni fa. Nel medagliere di tutti i tempi siamo dietro all’Austria, che notoriamente non è bagnata dal mare. 

Olimpiadi, un vincitore (quasi) a sorpresa

Nel silenzio s’è svolta, dal 25 luglio al 30 agosto, la 44ª edizione delle Olimpiadi degli scacchi, organizzata dalla Fide, la federazione internazionale (non dal Cio). L’appuntamento, biennale e a squadre miste, non s’è tenuto dal vivo, ma online, a causa dei ben noti problemi legati alla diffusione del coronavirus. Hanno partecipato 163 nazioni, quindi quasi tutte. Le partite sono state di tipo rapido. La Cina, a sorpresa, è risultata esclusa nel primo turno, battuta dall’Ucraina. Sul tabellone delle semifinali sono finite India contro Polonia e Russia contro Stati Uniti. Si sono aggiudicate la medaglia d’oro, ex aequo, India e Russia. Quest’ultima inizialmente era stata proclamata vincitrice, ma a seguito di un ricorso, basato sui blackout online che hanno creato difficoltà ai giocatori, la giuria ha ritenuto di assegnare l’oro a entrambe le nazioni. Dell’Italia abbiamo detto. Aggiungiamo che la nostra compagine ha perso con Usa (e ci sta), Argentina, Perù e Grecia. 

Gli scacchi come metafora universale

Nei secoli, gli scacchi sono divenuti la metafora un po’ di tutto: della guerra ovviamente, più in generale della vita, delle strategie aziendali e potremmo proseguire a lungo. Sull’importanza di questo sport esistono diversi studi. Muovere i 32 pezzi sui 64 quadrati bianchi e neri migliora la concentrazione, l’attenzione, l’astrazione. Il motivatore (e non solo) Orrin Hudson sostiene che imparare a giocare a scacchi aiuta i giovani nel percorso di studi e poi nella quotidianità. «Per ogni mossa che viene fatta – scrive – sia che si tratti di una partita o di vivere come cittadino, c’è una corrispondente conseguenza positiva o negativa». 

Incredibile ma vero

I grandi scacchisti si allenano anche otto ore al giorno. Riescono a giocare in contemporanea più partite e a visualizzare le singole posizioni dei pezzi nella propria mente, senza guardare la scacchiera. Timur Garaev, 4 anni fa, sfidò bendato 48 avversari. Risultato: 35 vittorie e 7 patte. Nel 1922, a Cleveland, il cubano José Raúl Capablanca (fra i più forti di sempre) giocò in simultanea, e a occhi aperti, 103 partite, vincendone 102. Una finì patta. 

Altro che nerd

Sempre lui, Capablanca, amava la bella vita e  – come scrisse Reuben Fine – può essere definito il «Don Giovanni del mondo scacchistico». Giocava a bridge, a tennis e fu membro della squadra di baseball della Columbia University. Garry Kasparov, ora 57enne, divenuto a 16 anni grande maestro e a 22 campione del mondo, ha trovato il tempo di sposarsi tre volte, di fondare una federazione internazionale, in contrapposizione alla Fide, e di impegnarsi politicamente in Russia, finendo arrestato in più occasioni. L’attuale campionissimo, il norvegese Magnus Carlsen, classe 1990, ha fatto il modello con ambizioni cinematografiche (per problemi burocratici saltò la sua partecipazione a un film di Star Trek), è apparso in un episodio dei Simpson, e l’anno scorso ha vinto nella Premier league di Fantacalcio. Forbes lo ha inserito fra i 30 giovani europei più rappresentativi nella categoria sport e giochi. 

Il vuoto intorno alla scacchiera

Gli scacchi fanno curriculum. Saper giocare – il che è ben diverso dalla semplice conoscenza di come si muovano i pezzi – è considerato con favore da un’azienda che assume. Il candidato, infatti, dimostra di possedere un pensiero astratto e un orizzonte strategico; sa porsi degli obiettivi e perseguirli con pazienza, calma e determinazione. In Italia manca un progetto strutturale per far conoscere e diffondere lo «sport per la mente». Ci sono sì, tante lodevoli e lungimiranti iniziative, ma non si intravede la visione programmatica, a livello educativo, su scala nazionale. La visione caratteristica di un buon giocatore di scacchi.    

Foto di Positive_Images da Pixabay

OCL

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