South o north working?

south north working

di Antonella Salvatore

Quante volte abbiamo detto che il coronavirus ha cambiato per sempre il modo di concepire il lavoro? Siamo entrati in una nuova era e, per molti aspetti, non torneremo mai più indietro. E per chi non ci credesse, un consiglio può essere quello di visitare le nostre città del nord, come Milano e Torino per esempio, per scoprire metropoli completamente diverse da quelle che erano già solo a febbraio di quest’anno.

Il fenomeno del south working

Decine di migliaia di persone, che abitavano in affitto e avevano un lavoro al nord, sono tornate nella loro terra di origine, e da li’ lavorano. La gran parte di questi lavoratori si connette dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Basilicata; un popolo del centro-sud che produce lavoro per conto di aziende, piccole, medie, grandi, la cui sede si trova al nord. Un fenomeno che in molti hanno ribattezzato “south working”. Aziende al nord, lavoratori al sud, e questo ha portato piccoli comuni, borghi e regioni del meridione a ripopolarsi e, di contro, le città del nord a svuotarsi.

Meridionali che ritornano al meridione

Un nuovo scenario per il sud Italia. Giovani che sono tornati a vivere nelle abitazioni dei genitori e famiglie che valutano di comprare casa nella regione di origine. Per tutti questi “south workers” il risultato è una qualità di vita migliore, senza traffico e file, poco stress, e bollette e costi più a misura d’uomo. Un sud Italia che esiste e produce profitti per il nord. E sono in tanti a pensare alla bellezza di lavorare mentre guardi il mare, stando a casa tua, invece di pagare l’affitto per una stanza in un paesino dell’hinterland milanese. Si confronta il basso costo della vita al sud rispetto al nord.

Il nord vuoto senza meridionali

Ovviamente c’è il rovescio della medaglia. Un nord che ha una perdita di identità e di p.i.l. senza quelle migliaia di lavoratori “migrati” verso il settentrione. Uffici vuoti e palazzi disabitati nelle grandi città.  Migliaia di ristoratori e baristi che non hanno più utenti a cui offrire i propri servizi in pausa pranzo. Proprietari di case che prima riscuotevano affitti mensili da capogiro, le cui abitazioni si sono deprezzate nell’arco di pochi mesi.  Sindaci e autorità locali chiedono la morte dello smart working (e del south working) e dicono che occorre tornare alla “normalità”, per proteggere l’economia e rimettere in moto la macchina.

South o north working, qual è la normalità?

Ma cosa vuol dire normalità? Fare due ore di viaggio al giorno per andare in ufficio? Spendere 1.000 euro al mese per un mini-appartamento da condividere con un coinquilino che neppure conosci? Pagare dieci euro alla tavola calda per un pasto che non ne costa neppure due? Oppure è normale lavorare nella casa ereditata dai nonni, in un borgo silenzioso e senza traffico? Potrebbe essere normale smettere di lavorare alle 13.00 per cucinarsi uno spaghetto che, gas compreso, potrebbe costare meno di un euro, invece dei dieci che spendevamo prima? La sfida più grande ora è immaginare il futuro per poterlo ricostruire. Ripensare le città, l’utilizzo degli immobili, degli uffici e dei loro spazi. Consentire il silenzio ma anche la socialità, il traffico ma anche le passeggiate. Permettere ai giovani di poter avere un lavoro, pagare un mutuo e, al tempo stesso, avere una famiglia e vivere. Forse la normalità in Italia deve ancora arrivare.

Foto di Antonella Salvatore

OCL

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