Per un buon uso della crisi

crisi cambiamento

di Piero Angelo Orecchioni

Ore 15:20 revisione tesi online. Primo incontro con gli studenti dopo la chiusura delle università in seguito all’emergenza Covid. La materia è Interior Design, tema d’esame è la proposta di un concept retail per due diverse aziende internazionali, alla ricerca di nuove soluzioni e di una costante appetibilità di mercato con un occhio in particolare per la generazione z, i post millenials. “L’attività economica mondiale sta crescendo a ritmo più veloce”, recita uno dei briefing aziendali precovid, “dal 2010 la crescita globale del PIL ha raggiunto lo X, X %, l’azienda vuole soddisfare le nuove aspettative dei clienti proponendo un’offerta più pertinente”. Per entrambe le aziende la stessa richiesta, come differenziarsi ed emergere rispetto a tendenze di mercato che generalmente portano a una omologazione globale. Rispondono tutti all’appello, sullo sfondo il loro ambiente domestico, professori e alunni incasellati dentro uno schermo in un impietoso primo piano. Facciamo tutti parte della stessa tribù, pronti ad affrontare questa prova necessaria quale rito di iniziazione e sopravvivenza. E ora? Valgono ancora le linee guida date? È l’interrogativo che aleggia “on the air”.

La necessità del cambiamento

Non c’è per ora una risposta, certo è che le grandi aziende dovranno rispondere con tenacia e aggiustare il tiro per quelli che erano i loro programmi di espansione. Non possiamo non notare come molte organizzazioni, in questo periodo di chiusura totale, abbiano non solo potenziato la vendita on line, ma fatto di tutto per renderla più umana, reale, interagendo direttamente con i clienti. Aziende disponibili a un confronto e a un’offerta quasi sartoriale, a riprova che non si potrà mai fare a meno dello spazio fisico ma che la narrazione, ora che è concesso riaprire, dovrà del tutto cambiare. Christiane Singer nel libro “Del buon uso delle crisi” sostiene che le catastrofi servono ad evitarci il peggio, hanno la stessa funzione di un bravo maestro per aiutarci ad entrare nell’altra dimensione. Ognuno di noi ha dovuto affrontare continue resurrezioni durante il proprio percorso, volute, dovute, non importa, ma sono quelle che ci hanno fatto crescere e dato ulteriore coraggio e fiducia. Per esempio per me ha significato insegnare, essere da stimolo agli studenti, aiutandoli a coltivare le loro passioni nel dar valore alle ricreazioni. Mi sono da sempre battuto contro una uniformazione globale della progettazione dei retail concept. Già con i negozi progettati nei primi anni del duemila, in piena espansione e globalizzazione, la scelta controcorrente fu quella di diversificare le diverse aperture, pur mantenendo la riconoscibilità dell’identità aziendale. È necessario per questo trovare però degli imprenditori coraggiosi che coltivano il seme del cambiamento, che hanno forza e cultura per osare, oltre che una chiara narrazione per il prodotto, cosa che ultimamente stava venendo sempre meno. Tutti attenti a rimanere in una comfort zone in cui lo studio del concept è solo frutto di attente analisi di mercato persino per le forme e i colori di tendenza, relegando così l’essere creativi a una proposta di progetto che si limita a un copia e incolla di immagini prese da internet.

Il buon uso della crisi

La pandemia ha dato una grande scossa a una crisi che già era nell’aria e dalla quale non si capiva come poterne uscire. Un problema legato a un inquinamento anche visivo e di poco rispetto per i luoghi e le persone con un proliferare di spazi commerciali. Negozi uguali in tutto il mondo, così le case, alberghi, locali, architetture senza tenere conto del clima, delle abitudini. Hanno portato a una omologazione e banalizzazione anche della creatività puntando solo all’effetto scenico, a volte impedendole di poter attingere e arricchirsi dal contesto. Sono seguiti altri incontri poi con gli studenti, notiamo con piacere che i loro progetti sono cambiati come i loro occhi, nella maggior parte dei casi la mancanza di contatto fisico li ha portati a essere più coesi nel trovare nuovi stimoli, frutto degli accadimenti inattesi. Ezio Bosso, grande compositore e pianista appena scomparso, diceva: “Le paure servono. Non è utile scacciarle. Ho solo paura che la paura un giorno mi paralizzi” Abbiamo messo da parte la nostra umanità e l’abbiamo così lasciata completamente fuori dai nostri progetti, considerata cosa di poco conto, marginale come la nostra creatività.

Prepariamoci perché mai come ora avremo nuovamente necessità di alimentare i nostri sogni, le nostre storie. Ora lo scopo sarà continuare a rendere umana la tecnologia, senza la quale questa quarantena sarebbe stata un incubo di morte e solitudine per tutti.

Foto di drmakete lab su Unsplash

OCL

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