La scuola è socializzazione e inclusione

di Silvia De Angeli

Uno dei primi segnali della presenza del Coronavirus nella società è stata l’improvvisa chiusura delle scuole. L’Italia si è presentata impreparata a questo esame. Come per i compiti in classe, le cattive valutazioni di questi mesi hanno fatto emergere lacune e problematiche e ora abbiamo un’insufficienza da recuperare.

La scuola è socializzazione e inclusione

Dopo un’iniziale euforia per la chiusura degli istituti, accompagnata dalla gioia di stare più tempo in famiglia, i bambini hanno avvertito la mancanza della scuola. Questa non è solo compiti e lezioni, è socializzazione e inclusione. E con gli strumenti, la preparazione e l’atteggiamento giusto, può esserlo anche a distanza. Siamo esseri sociali. È nell’interazione con i nostri simili che diamo forma ed esprimiamo la nostra personalità. L’incessabile processo che ci porta ad apprendere le norme, i ruoli e le istituzioni della società prede il nome di socializzazione, e la scuola, intesa come comunità, ha un ruolo essenziale in questo. A sentirne maggiormente la mancanza sono i più piccoli, che a scuola creano una prima rete di rapporti personali e acquisiscono il comando di molte loro azioni. I ragazzi, invece, pur accusando dell’impossibilità di vedere gli amici, risentono meno della chiusura delle scuole poiché hanno più occasioni per comunicare. In Italia, circa il 30% dei giovani conquista lo smartphone a 9 anni. E un cellulare è una finestra sul mondo. Ovviamente, una videochiamata non potrà mai sostituirsi interamente alle chiacchiere in corridoio o all’intesa che si crea tra compagni di banco, ma connette, tiene vivi i rapporti.

I limiti della DAD (Didattica A Distanza)

Molti genitori hanno sentito ripetere: “mi manca la ricreazione”, “la mensa”, “la corsa verso il cortile”, “le partite a palla guerra”. L’intervallo, la pausa pranzo, gli attimi di libertà e le occasioni di gioco sono tutti momenti di evidente socializzazione, la quale genera inclusione. È durante questi attimi di interazione, quando nascono intese e amicizie ma anche rivalità e litigi, che i bambini imparano a stare al mondo. La classe è la riproduzione in miniatura di ciò che accade fuori, nella società: discordie, competizioni, scadenze ma anche divertimento, interessi e conquiste. Un comprovato limite della DAD (Didattica A Distanza) è la minore possibilità per gli insegnanti di rilevare negli alunni disagi infantili di origine psicologica, sociale o patologica. I maestri hanno un ruolo essenziale nell’individuare quei comportamenti o disturbi che spesso sono un campanello di allarme del malessere, se non di una malattia, del bambino (ritardi nello sviluppo psicomotorio o del linguaggio, iperattività, difficoltà relazionali, aggressività, tendenza all’isolamento, autolesionismo…). Inclusione vuol dire padri dignità e rispetto delle diversità. Molti genitori di bambini con disabilità hanno affermato di sentirsi abbandonati. Da un giorno all’altro ai loro ragazzi sono crollate tutte le certezze, per loro fonte essenziale di equilibrio e tranquillità: le passeggiate verso scuola, il sorriso della maestra, l’astuccio coi pastelli ordinati o il succo all’intervallo. In molte situazioni, poi, si sono interrotti i PEI (Progetto Educativo Individualizzato) e i GLIS (Gruppi di Lavoro per l’Inclusione Scolastica). Emergenza, dunque, anche scolastica.

Si può parlare di inclusione a distanza?

Sì, si può e si deve parlare di inclusione a distanza. Socializzazione e inclusione sono due prerequisiti della scuola in sé, indipendentemente dalle modalità utilizzate, purché siano di qualità. A chi recrimina che la scuola di questi mesi non sia vera, è giusto ricordare che oggi, nel 2020, in un mondo in accelerata, non esiste più un confine tra reale e virtuale. Restare ancorati alla didattica del passato, allergica al digitale, nuoce soprattutto ai bambini. E sono proprio loro, i più giovani, ad insegnarci come la realtà attuale, nella sua complessa pluridimensionalità ormai indissolubile, sia inclusiva in tutte le sue forme. Serve un cambiamento di prospettiva. La DAD, se efficacemente utilizzata, può offrire infinite risorse a insegnanti e alunni, permettendo attività personalizzate, accessibili a tutti. La scuola in presenza tornerà, il futuro non eliminerà banchi e sedie e le aule torneranno a popolarsi. Dobbiamo però preoccuparci del fatto che in questi mesi molti studenti sono rimasti esclusi dalla DAD per connessione inadeguata (48,5%), condivisione del dispositivo fra più fratelli o familiari (33,5%), assenza di dispositivi (24,5%), assenza di connessione (16,4%). Serve investire in una didattica di qualità, che sfrutti le potenzialità degli strumenti digitali e non si limiti a considerarli un kit da pronto soccorso per l’emergenza. Perché la scuola sia davvero inclusiva, bisogna sopperire alla mancanza di dispositivi digitali, ampliare le connessioni in territori ancora scoperti, formare gli insegnanti, promuovere una didattica uniforme e integrata e tutelare i bisogni di tutti gli alunni.

Una scuola efficiente, in tutto le sue forme, è inclusiva.

Foto di Thought Catalog su Unsplash

OCL

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