L’università del futuro

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di Antonella Salvatore

Quale sarà il futuro dell’università? In quest’era di Covid19 si parla tanto di scuola, ma delle università si discute ancora poco, forse le riaperture a metà giugno, forse classi a distanza fino a dicembre, ma nulla di certo e nulla di più.

L’università non può essere più la stessa

Quello che invece è certo è che l’università nel nostro paese, così come nel resto del mondo, vive un momento importante, che obbliga a riconsiderazioni e cambiamenti. Il mondo universitario italiano, già prima di Covid19, non viveva un periodo felice. Dalle accuse ai baroni di un’accademia distante, al 3+2 di triennale e magistrale che non ha mai funzionato veramente, per arrivare a percorsi di laurea distanti anni luce dal mondo professionale e lavorativo. Conferma ne è quella percentuale del 27%, la più bassa dell’Unione Europea, riferita a chi conclude il percorso di studi e arriva al traguardo laurea nel nostro paese. Il coronavirus farà da spartiacque tra gli atenei obsoleti e lenti e quelli all’avanguardia, in grado di capire che occorre innovare e che il mondo universitario non può più continuare ad essere quello che era prima. Questo è un cambiamento epocale che chiama alle armi anche gli intellettuali e l’accademia; esiste un mondo da ripensare e ricostruire, e l’università deve dare il suo contributo.

Università del futuro non vuol dire università telematica

Un’università nuova non vuol dire telematica. Intanto, cominciamo col dire che la tecnologia non può sostituire il docente, a scanso di equivoci, anche se da ora in avanti ci sarà un incremento di università a distanza. Tuttavia, insegnare non è semplicemente caricare materiali su una piattaforma o spiegare alcuni concetti in videochat. Il docente ha il delicato compito di “far partorire le menti” (l’arte della maieutica), sviluppare pensiero critico, aiutare i discenti a costruirsi un’opinione, a distinguere i fatti dalle opinioni, ma anche semplicemente ad applicare la teoria alla pratica. Per secoli il docente ha rappresentato la guida per le generazioni più giovani: cosa accadrebbe se ora alla guida mettessimo un computer e una piattaforma?

Il sistema blended sarà la nuova tendenza?

Al tempo stesso, resta innegabile il supporto che la tecnologia può dare in determinate attività e situazioni, come quella attuale. Perché stampare materiali e consegnarli se puoi caricarli su una piattaforma virtuale? Perché obbligare gli studenti ad essere in classi affollate, se puoi parlare con loro in chat? In medio virtus stat, dicevano i latini, e questo “in medio” ha il nome di blended. In tutto il mondo, dagli USA all’Australia al nord Europa, si parla di blended education, ossia un’ istruzione ibrida, una combinazione di classi in presenza con aule virtuali e materiali su piattaforma. Incontri in classe meno frequenti, appuntamenti con gruppi di studenti invece che con classi affollate; ma anche aule online e meeting su piattaforme. Una soluzione che da tempo sembra essere di tendenza in giro per il mondo; vale anche per la formazione continua e per le migliaia di professionisti e lavoratori che avranno sempre più il bisogno di imparare e aggiornarsi.

L’università deve aiutare a ripensare il mondo

Tuttavia, il dibattito su futuro e università non deve riguardare solo il come saranno erogate le classi ma soprattutto il cosa sarà insegnato. Il mondo universitario è chiamato a pensare al futuro che vogliamo creare, Covid19 è l’opportunità di cancellare gli sbagli e ricominciare da capo. In che modo ci preoccuperemo dell’ambiente e della sostenibilità? Quali nuovi lavori nasceranno legati a queste tematiche? Riusciremo finalmente a capire il valore dell’inclusione e supereremo le divisioni? (La lezione che questo virus ci ha insegnato è sotto gli occhi di tutti). Bisognerà proporre corsi di etica, sicurezza, privacy, ora che la tecnologia regna padrona nelle nostre vite? Oppure ancora, in che maniera educare ad educare? Quelli nati in anni recenti e abituati al rapporto con macchine e robot sapranno gestire le emozioni? Avranno empatia? Che ruolo avrà la psicologia? Come creare classi di social entrepreneurs ossia imprenditori attenti alla comunità prima ancora che al profitto? Come insegnare un marketing che sia sostenibile e non dannoso per le generazioni future?

Ecco allora, l’università del futuro dovrà ragionare su tutto questo e molto altro ancora, prima ancora che sul metodo di erogazione. Indubbiamente bisognerà sfruttare il buono della tecnologia mantenendo il ruolo di mentore del docente. Sarà fondamentale preservare la relazione con gli studenti e far sentire loro che la guida è ancora in mani salde e non affidata ad un semplice pilota automatico. Ma prima ancora, l’università del futuro dovrà essere al timone nel ripensare il mondo che sarà, per evitare tutti gli sbagli finora commessi.

Foto di marcela_net da Pixabay

OCL

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