Un centro di crisi permanente che ci faccia cambiare idea

crisi permanente

di Nicola Sapio

Se l’analisi storica ha spesso rilevato una modalità ciclica delle crisi, il terzo millennio sembra ormai calato in uno stato di crisi permanente: ambientale, industriale, politica, sociale, finanziaria, fino ad arrivare a quella che stiamo sperimentando in questi giorni – la crisi sanitaria da Covid-19 – con implicazioni che stanno rivoluzionando la vita di ognuno di noi.

Uno stato di crisi permanente

Viviamo in altre parole in uno stato permanente di crisi, senza soluzione di continuità, in cui i momenti di difficoltà di settori e ambiti specifici, apparentemente distanti e distinti tra loro, in realtà si intersecano in modo profondo determinando un processo di progressivo cambiamento sociale e culturale. Basti pensare a come la scoperta di un virus influenzale, sconosciuto e quindi privo di vaccino e cure specifiche, possa incidere drammaticamente sul sistema sanitario, mettendolo in crisi a livello globale. Ma anche a come questa situazione si rifletta immediatamente sul sistema economico produttivo e finanziario, su quello culturale, scolastico e quindi sociale. In un tale contesto, è senza dubbio fondamentale ed urgente il ricorso a un approccio pragmatico, che ci permetta di conoscere gli effetti della crisi nei settori specifici. Questo con l’obiettivo di definire, in tempi sempre più rapidi, le azioni mirate che possano rispondere alle necessità contingenti con l’individuazione e la messa in pratica di un set strutturato di soluzioni concrete. Tuttavia, a livello macro, sarà altresì importante soffermarsi sulle cause che hanno determinato la nascita e la permanenza dello stato di crisi con un’analisi approfondita che, a differenza della ricerca del “centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea” del maestro Battiato, ci indurrà probabilmente a modificare la nostra prospettiva in molti ambiti e ci farà auspicabilmente cambiare idea su alcuni fattori che fino a ieri ritenevamo incontrovertibili.

Il tempo per riflettere e l’emozione dell’attesa

I risultati di questo processo di cambiamento sociale non possono e non devono essere rapidi come quelli derivanti dall’approccio pragmatico alla crisi. Sarà invece fondamentale ricorrere fino in fondo ad un bene che la società in cui siamo “sommersi” ci ha tolto in modo costante ogni giorno di più e che la crisi attuale ci ha restituito: il tempo. Tempo da utilizzare per riflettere su alcune dicotomie del dibattito sociale: presenza vs. assenza, reale vs. virtuale, globale vs. locale, digitale vs. analogico. La crisi forse ci farà cambiare idea suggerendoci che probabilmente non ha senso tifare per l’uno o per l’altro fattore riscoprendo al contrario la necessità di valorizzarli entrambi. Per esempio, parlando dell’esperienza “dal vivo”, siamo proprio sicuri che il Teatro possa essere fruito in streaming, l’Arte nei musei in remoto e la Musica di un concerto con un visore VR? La permanenza forzata in casa ci ha restituito, insieme al tempo, anche un’altra emozione che sembrava ormai dimenticata: l’attesa. Chi ha più di 25 anni si ricorderà l’emozione di attendere una lettera spedita per posta o lo sviluppo e la stampa di un rullino fotografico da 24+3 foto. Con la riapertura del mondo, i luoghi di Cultura e di Intrattenimento beneficeranno della voglia di tornare alla vita sociale e di provare l’emozione unica dell’esperienza dal vivo. Nel frattempo, è bene coltivarne l’attesa offrendo esperienze virtuali che possano accrescere la conoscenza e la curiosità, ma eviterei la ricerca di soluzioni alternative all’esperienza stessa. Sarebbe un atteggiamento che, alla riapertura, potrebbe risultare dannoso.

Il dibattito è aperto, ma non dimentichiamo quello che ci dicevano sempre i nostri nonni: ogni cosa a suo posto, ogni cosa a suo tempo.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

OCL

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