Atleti del lavoro

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di Maria Plateo

Lo sport come palestra di vita per il mondo del lavoro? Non sempre, e comunque non attraverso un processo automatico, che invece va elaborato. Selezioniamo alcuni dei valori trasferiti dallo sport all’esperienza di un individuo, che può metterli a disposizione della propria cultura del lavoro e migliorare così il proprio percorso professionale.

Il gruppo squadra

“Squadra che vince non si cambia.” Proverbio molto diffuso nel mondo dello sport, ma anche tanto doloroso per tutti coloro che, loro malgrado, non cambiano. La panchina rappresenta quel gruppo di giocatori che vive il percorso di allenamento e preparazione alla gara. Ne costituisce l’elemento necessario e determinante, senza poterlo poi esprimere e finalizzare nella competizione contro l’avversario. Senza i giocatori sparring, infatti, l’allenamento non sarebbe possibile. Contro chi si misurerebbero i compagni chiamati a giocare in campionato? Quale simulazione di gara sarebbe possibile senza di loro? Quale esperienza di relazione con uno “pseudo” avversario potrebbe esistere? La scelta è dell’allenatore.

Nel mondo del lavoro, un team si basa sulla definizione dei ruoli da parte di un leader. Ruoli che vanno riconosciuti e accettati da tutti i membri, affinché si possa comprendere e valorizzare il proprio significato di essere nella squadra. Da qui l’importanza dell’osservazione di sé e degli altri, e la relativa lettura e rappresentazione del contesto, per apportare cambiamenti alla propria performance e di conseguenza al proprio ruolo, nel rispetto degli equilibri relazionali del gruppo. Vedi come ottenere una promozione o, ancor prima, un posto di lavoro. “Importante è anche l’esperienza vicaria: quando non si è sicuri delle proprie capacità, vedere dei simili a sé che riescono, può dare la giusta spinta alla convinzione di potercela fare.” (Ettore Messina, allenatore di pallacanestro)

L’allenamento

Il preambolo sportivo sul dramma degli “eterni secondi” serve a focalizzare l’attenzione sul valore di fare le cose, nel mondo dello sport, e non solo. Significa che è più emozionante il percorso che il risultato. Il valore del primo è il riconoscimento della somma dei singoli momenti di emozione, sacrificio, difficoltà, fallimento e relazione che costituiscono “il fare le cose”. Un progetto di lavoro e condivisione con un obiettivo preciso. In poche parole, un lavoro di squadra. Quello che conta è agire, vivere l’esperienza, allenarsi, migliorarsi e non smettere mai di imparare. Solo così il percorso continuerà e non finirà, prendendo il sopravvento sul risultato stesso. Quest’ultimo diventa più difficile da raggiungere quando la motivazione è data dai valori aggiunti che possono derivare da un progetto.

Nel mondo del lavoro, quando si inizia un progetto, quando ci si candida per una posizione, quando ci viene affidato un compito, il risultato che otterremo da ciascuna di queste azioni risiede nel piacere e nel divertimento di svolgere le stesse, pena l’insuccesso o il fallimento. Ad esempio, se ci proponiamo per una posto di lavoro con il solo movente del compenso economico, o ancor peggio, di qualsiasi facilitazione logistica o di riconoscimento sociale, è molto probabile che non supereremo le selezioni, o che non verremo confermati nella posizione in futuro.

La cultura dell’alibi

Arbitri e regolamento, condizioni fisiche e meteorologiche, relazioni personali contrastanti o di favoreggiamento, scarsa abilità dei compagni, confusione sulle competenze, poca chiarezza e capacità di direzione del leader. Sono tante le possibilità per coloro che nel mondo dello sport vogliono rifugiarsi nella cosiddetta “cultura dell’alibi”, perfettamente illustrata da Julio Velasco, allenatore di pallavolo, coach aziendale e docente, nel famosissimo video “Gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono”. La tendenza ad applicare questa lettura dei risultati sportivi con una certa deresponsabilizzazione del proprio operato, o al fine di trovare a tutti i costi una giustificazione all’errore e all’insuccesso, recriminando ogni mancanza al di fuori di sé, distingue quel giocatore frustrato e sempre appeso ad un giudizio esterno dall’Atleta.

Nel mondo del lavoro “Non è di mia competenza”, “Il mio turno è finito”, “La richiesta non è stata chiara”, “Riferirò al mio responsabile” sono solo alcuni di quegli alibi lavorativi che capita ascoltare, ricevere e dire. Per essere degli Atleti del lavoro, o se vogliamo della vita, va considerata e apprezzata la possibilità che il lavoro e la vita non siano due distinte sezioni dell’esistenza, da tenere separate, a debita distanza di sicurezza, per preservare il proprio benessere e felicità personale, ma fanno parte dello stesso gioco, che è pure divertente e retribuito.

Photo by Vince Fleming on Unsplash

OCL

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