Le sfide del dottorato

dottorato

di Giosuè Prezioso

Candidati, dottori di ricerca e ricercatori: sappiatevi fra le ‘minoranze’ più raccolte e centesimali del sistema educativo mondiale. Nell’area OECD, infatti, solo l’1.1% della popolazione fra i 25 e i 64 anni è in possesso di questo prestigioso titolo, il più alto nella gerarchia accademica globale. E se risiedete o provenite dall’Italia, preparatevi a stringere la mano ad una popolazione ancora più ridotta. Parliamo di quasi metà della media OECD, e ovvero allo 0.5% della popolazione – contro il 4% della Slovenia, il 2% degli Stati Uniti, o l’1.1% della vicina Austria.

Gli scarsi investimenti italiani in borse di studio

Eppure, nonostante le esigue proporzioni, il numero di ‘PhD’ (Philosophy Doctors) a livello internazionale sale. Ma non in Italia, dove invece, dal 2007, il numero di posti banditi è crollato del 43.4%. Complice della ‘crisi’ è la spesa pubblica in borse di studio e ricerca. Spesa che nel ‘Bel Paese’ pesa un terzo in meno rispetto alla media dei paesi OCSE. Questo in aggiunta ad un’atmosfera post-addottoramento che “non valorizza il percorso formativo e il potenziale dei dottori” e che si blinda ad una scarsa remunerazione netta mensile di € 1.500 – se considerata la carriera accademica – contro i € 2.500 della Francia, o i € 4.560 della Danimarca. Come giustificherebbe un noto proverbio “l’erba del vicino” è davvero “più verde.”

La concorrenza dei paesi esteri

Il numero di italiani che decide di addottorarsi fuori, infatti, è in forte crescita. Gran Bretagna (17,2%), Francia (14,5%) e Germania (12,3%) sono le mete principali dell’esodo. L’Italia rimane più debole in termini di attrattiva per l’addottoramento di risorse straniere – il 13,2% del totale, contro il 42% del Regno Unito. A rendere ancora più franosa la situazione è la comparazione con forze nuove ed emergenti come la Cina. Qui, nel solo 2017, si sono laureati 8 milioni di studenti – esattamente il doppio di Stati Uniti. Considerate dunque le lacune del sistema italiano, l’avanguardia di alcuni sistemi esteri, che ci trascinano sempre più in fondo alle liste internazionali e l’affermazione di nuovi, più complessi player del mondo education. Per questo l’addottoramento in Italia necessita di anticorpi forti per le future generazioni di dottorandi e ricercatori – il nucleo accademico più alto e sensibile del paese.

La rivoluzione tecnologica nel sistema educativo

A fornire una soluzione diretta e facilmente accessibile a tutti è il mondo del WWW, o, meglio, dei ‘distance learning programs’, programmi accessibili a distanza, insomma. Nei primi anni 2000 il fenomeno vedeva il forte sospetto di accademici, studenti, famiglie e mercato. Oggi, dopo quasi 20 anni, il mondo dell’e-learning ha un valore stimato di $ 325 miliardi entro il 2025. Si attestava a $ 107 meno di 5 anni fa, nel 2015. Per quanto poco rappresentativo possa essere in materia di addottoramento, questo numero è simbolico di un senso di fiducia crescente e globale nei sistemi di insegnamento e acquisizione culturale a diversi livelli, inclusi quelli di ricerca e dottorato.

Il prestigio del sistema educativo del Regno Unito

Nel Regno Unito, dov’è nata la prima università online al mondo – la Open University (1969) – il mercato di studenti ‘a distanza’ rappresenta il 10% del totale – l’88 dell’intera popolazione accademica per la Open, invece. Insieme agli Stati Uniti, il Regno Unito è infatti fra gli stati leader in materia di elearning. Stanno crescendo gli investimenti in digitalizzazione, che stanno rendendo anche i campus più prestigiosi, sempre più orientati alla formazione e ricerca a distanza. Secondo ‘studyportals’, le tre università “più digitalizzate” del paese risultano essere ‘University College London’, ‘The University of Edinburgh’ e ‘The University of Manchester’. Tutte e tre rispettivamente all’ ottava, ventesima e trentacinquesima posizione per prestigio globale secondo TopUniversities. Queste scale dimostrano come digitalizzazione e prestigio, in Regno Unito, possano andare di pari passo. In Italia, invece, la digitalizzazione del dottorato è un fenomeno pressoché sconosciuto, ambiguo, e inesplorato. Si stagna dunque in un ambiente accademico che ha ridotto del 43% i posti disponibili e che investe un terzo in meno rispetto alla media OCSE in ricerca. Inoltre, vanta un flebile 13,2% di presenze straniere e, in campo e-learning, sconfina nell’ambiguo e confuso.

Le sfide del dottorato

Eppure, uno studio dell’Association of American College and University Programs in Italy, titola un’indagine sul tema “Educating in Paradise” (insegnare in paradiso), sottolineando il voluminoso potenziale del paese in materia di education. Nazione letteralmente paradisiaca, e che invece perde menti ogni anno, ognuna del valore di “€ 250mila”, secondo il Ministro dell’Istruzione Fioramonti. Se dunque ci si lascia ispirare da paesi d’avanguardia come il Regno Unito – in e-learning dagli anni ’60 – si potrebbero avere risultati sul prestigio culturale del paese. Non solo. Si attirerebbero capitali umani, intellettuali, economici e tecnologici da tutto il mondo – come in UK, dove rappresentano il 42% degli studenti. Si garantirebbe, come dimostrato, un concreto risparmio da parte delle università e dello studente. Al tempo stesso si aumenterebbe la raggiungibilità e capillarità del sistema educativo nel paese, a volte dimenticato in alcune aree periferiche e secondarie. Una chiamata all’innovazione, alla connessione, competitività e crescita culturale, economica, e di un non accettabile ‘o.5%.’

Photo by MD Duran on Unsplash

OCL

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