L’integrazione stimola l’economia

Integrazione crescita lavoratori

di Antonella Salvatore

Dall’accoglienza alla integrazione

La barche cariche di migranti che vogliono entrare nei nostri porti sono da anni un cavallo di battaglia politica. Porti aperti per alcuni, porti chiusi per altri. Il risultato è stato tuttavia solo uno nel corso di questi anni: concentrare l’attenzione sul concetto di accoglienza mettendo da parte quello di integrazione. Raramente sentiamo parlare di programmi formativi volti ad integrare gli stranieri che arrivano nel nostro paese così come si parla poco del rapporto con le aziende per capire quali profili e quali skills sono necessarie.

La formazione degli immigrati in Germania

Proprio alcune settimane fa l’OCSE ha riconfermato che l’economia italiana è ferma e stima una debole crescita dello 0,4% per il 2020. Per comprendere il valore che gli immigrati possono dare alle nostre aziende e alla crescita economica italiana diamo innanzitutto un’occhiata a quello che ha fatto la vicina Germania. Dall’estate del 2015, il governo Merkel ha cambiato le leggi interne. I migranti sono stati accolti, formati in base alle esigenze delle industrie domestiche e immessi nel mercato del lavoro. Grazie alle persone arrivate dall’area africana-medio orientale, il governo tedesco è riuscito a fare fronte alla carenza di lavoratori che si prospettava in determinati settori. La Germania ha immesso manodopera nel proprio paese, ma anche competenze. Non dimentichiamo che molte persone fuggite dai conflitti hanno lauree, anche STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) ricercate dal mondo del lavoro.

Il tasso di occupazione degli stranieri

Uno studio del Federal Office su migranti e rifugiati dimostra come il 35% dei migranti arrivati nel 2015, dopo 3 anni erano impiegati. Il 50% di essi ha ottenuto posizioni in cui si richiedono competenze tecniche specifiche. In tre anni la Germania, con la collaborazione delle aziende, ha accolto migranti, insegnato loro la lingua tedesca, migliorato le competenze di inglese e creato competenze tecniche da poter impiegare nelle proprie industrie. I tedeschi hanno così provato a dare impulso alla propria economia inserendo lavoratori tecnicamente formati nelle aree mancanti. Nonostante questo, il dato di occupazione degli stranieri nati altrove e residenti in Germania è ben al di sotto della media OCSE. In Islanda, capolista dell’area, più dell’83% degli immigrati (stranieri con regolare permesso, nati fuori dal paese) ha una occupazione. In Italia la percentuale scende al 60%. Se analizziamo poi la tipologia di lavoro, l’Italia, insieme a Cipro, Grecia e Corea, impiega gli stranieri soprattutto nei cosiddetti low-skilled labors, ossia lavori poco qualificanti e per profili poco qualificati. Infine, si riscontra che in caso di recessione i primi a perdere il lavoro sono proprio gli stranieri.

L’integrazione può stimolare l’economia

Secondo gli studi OCSE e Eurostat, il nostro paese ha bisogno di integrare gli immigrati. Servono politiche di integrazione: formare i giovani stranieri che arrivano qui e aiutarli nell’inserimento lavorativo potrebbe aiutare la crescita interna. I dati indicano chiaramente che l’Italia, più di altri paesi, necessita di stranieri per compensare le lacune della propria produzione ed economia ma anche l’invecchiamento della popolazione. Siamo una popolazione vecchia, continuano a crescere i costi di pensione e sanità ma non cresce in egual misura la nostra economia. Serve produrre, occorrono risorse giovani, occorrono competenze tecniche e lauree STEM. Per riportare l’espansione in Italia, unitamente alle politiche per le famiglie per stimolare il tasso di natalità, e alla revisione dei percorsi di studi per favorire il rapporto università-lavoro, occorre anche un piano strategico per l’integrazione.

Photo by James Beheshti on Unsplash

OCL

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