Il risparmiometro

risparmio fisco

di Massimiliano La Rocca

Il fisco ci guarda nelle tasche

In questi giorni l’Agenzia delle Entrate ha iniziato ad utilizzare un nuovo strumento di contrasto dell’evasione fiscale, comunemente conosciuto come “risparmiometro”. Uno strumento introdotto modificando gli articoli 32 del D.P.R. 600/73 e 51 del D.P.R. 633/72. Si tratta della possibilità di presumere i versamenti e i prelevamenti superiori a 5.000 euro risultanti dai conti bancari di un contribuente, ma non riportati nelle scritture contabili. Di fatto, invertendo l’onere della prova, sarà il contribuente ad essere automaticamente, o quasi, chiamato a spiegare il motivo di tale discostamento tra banca e contabilità. Sempre lui dovrà dimostrare che tali somme sono state correttamente dichiarate e assoggettate a contribuzione e tassazione o che ne sono esentate e perché.

L’Italia del “sommerso”

Una rivoluzione da più parti e da tantissimo tempo richiesta, con la quale gli italiani probabilmente dovranno abituarsi a convivere. Almeno in teoria poi, siamo tutti d’accordo. Ma quando e se verremo chiamati in prima persona, anche solo per il disagio di doversi giustificare per aver versato sul conto corrente il regalo dei genitori o dei nonni, o per aver speso troppi contanti prelevando tanto e spesso, forse saremo meno giustizialisti. Per non parlare dei tanti con la coscienza non proprio pulita. Tanti, perché in fondo non possono essere proprio pochi gli evasori, se sono giuste le stime dell’evasione in Italia. Il tesoretto degli evasori nel 2014, ad esempio, ha sforato i 117 miliardi di euro.

L’effetto sui piccoli contribuenti

Uno strumento quindi, il risparmiometro, che, come spesso capita per analoghi sistemi anti evasione, avrà due facce. In teoria apprezzato da tutti, in realtà contestato da molti. Molti sì, ma sempre meno di numero. Anche perché negli ultimi decenni i tanti strumenti di contrasto all’evasione introdotti dai vari Governi con nomi evocativi come “redditometro”, “spesometro”, oppure con la presunzione di passare per professionali, come gli “studi di settore”, hanno in realtà avuto effetti. Questi ultimi si sono verificati dopo qualche anno dall’introduzione e a costo di notevoli sforzi di consulenti, commercialisti e CAF ma, soprattutto, dei contribuenti medio-piccoli in termini di reddito. Nel lungo termine gli effetti sono stati difatti pressoché limitati ai piccoli artigiani, commercianti, professionisti. Per non parlare dei dipendenti e assimilati, che hanno dovuto pian piano adeguarsi, riducendo i costi deducibili o addirittura dichiarando ricavi in più mai incassati, per paura di non risultare “congrui” e finire nel mirino e nelle maglie del Fisco. Con la conseguenza, anzitutto, di diffondere il non fatturato (tanto, non conviene “scaricarlo”, meglio senza fattura). E poi di diffondere il terrore, o poco meno, piuttosto che favorire il rapporto Fisco-contribuente.

La pagella dal Fisco

Così il Fisco da qualche anno ha scelto un’altra strada, riuscendo forse solo a cambiare i nomi agli strumenti e a complicarne l’utilizzo. Forse a farci credere nella “compliance”, che in Italia è spesso un termine di moda per chiamare la “morsa” che sembra colpire innanzitutto i piccoli contribuenti.
Ora abbiamo il “rispamiometro”, l’”esterometro”, l’”evasometro”. Abbiamo perso gli studi di settore, ma neppure il tempo per festeggiare che hanno introdotto gli “ISA”, gli “Indicatori Sintetici di Affidabilità” fiscale. Avremo un voto, da 1 a 10, e il 6 non è più la sufficienza. Per stare tranquilli bisogna prendere almeno 8 in tutte le “materie” (gli indicatori). Prova provata, ci è riuscito finora solo chi ha costi dell’attività di massimo il 15% – 20% rispetto ai ricavi. Beati loro che riescono a guadagnare tanto spendendo così poco, anche se ovviamente con un reddito alto pagano più degli altri. E se qualcuno avesse assunto per caso (o per sventura) un dipendente, o anche “mezzo”, che risulta “di troppo” per gli ISA, allora sono guai. Lo sfortunato si becca un votaccio in materie tipo “valore aggiunto per addetto” o altri simili indicatori. E le opzioni sono due: farsi tassare oppure incassare tanti soldi “a nero”. E da qui il Fisco procede con gli accertamenti sintetici (cioè basati solo sui numeri).

Tasse e concorrenza dai grandi

In alcuni casi sarà pur vero che c’è il sommerso. Ma è di tutta evidenza che un margine di guadagno dell’80% (cioè spendendo al massimo il 20% rispetto ai ricavi incassati), o fosse anche solo del 50%, non è possibile averlo in Italia. Non certo con gli attuali costi del lavoro o con l’attuale concorrenza “off-shore” dei grandi gruppi (del web, ma anche no). I grandi pagano le imposte nel Paese UE che è quello dove abbassano di più le imposte (Irlanda, Portogallo, Olanda ecc.) pure se vendono anche in Italia beni e servizi usati e goduti qui. I numeri dimostrano inequivocabilmente che i grandi evasori continuano, in barba ai milioni di contribuenti “piccoli”, a evadere somme che fatichiamo anche solo a scrivere o a comprendere. E i piccoli tornano a scuola con la pagella. Solo che i voti vanno male e il Fisco non chiama i genitori, ma svuota direttamente i conti, tanto sa pure quanti soldi restano.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

OCL

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