Cuneo fiscale, questo sconosciuto

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di Massimiliano La Rocca, dottore commercialista

Il cuneo fiscale è la differenza tra il costo del lavoro sopportato da un’impresa e il netto ricevuto dal lavoratore. L’ISTAT ha stimato tale costo, nel 2016, pari al 46%, nel 2014 era del 46,2% e nel 2012 del 46,7%, registrando un calo sia pur lieve. Poiché il costo del lavoro è andato invece sia pur lievemente aumentando, è evidente che anche la retribuzione netta è mediamente cresciuta.

Il potere di acquisto dei lavoratori

Ma a tale incremento di stipendio netto in tasca a lavoratori e famiglie non è purtroppo corrisposto un reale aumento del potere d’acquisto, perché le imprese si sono trovate costrette ad incrementare i prezzi o a ridurre gli altri costi abbassando la qualità dei prodotti e servizi offerti. In questo modo si è contratta la spesa per il consumo. Quando diminuisce la spesa e scendono i consumi a parità di guadagno dei lavoratori, almeno in teoria aumenta il risparmio. Questo costituisce quasi direttamente fonte di aumentata disponibilità verso gli operatori finanziari (banche, investitori istituzionali, strumenti del debito pubblico come BOT, BTP ecc.). Ed è proprio a questo punto che la ruota gira male. Le banche, oberate da anni di mala gestione, non hanno ancora seriamente messo in pratica un naturale processo di (re) immissione di denaro liquido, soprattutto verso il tessuto produttivo. Questo consentirebbe agli imprenditori, maggiormente colpiti dall’aumento del costo del lavoro, di aumentare gli investimenti, la produttività, e quindi il lavoro, riducendo la disoccupazione.

La riduzione del cuneo fiscale

E’ di queste settimane la discussione riferita alla riduzione, unanimemente necessaria, del cuneo fiscale. Le opinioni sul “come” sono discordanti. Alcuni, anche al Governo, sostengono necessaria la riduzione delle imposte in capo ai lavoratori (aumentando, a parità di costo aziendale, il netto in tasca e quindi rilanciando i consumi). Altri ritengono primario ridurre il costo del lavoro in capo alle imprese ad esempio riducendo i contributi su alcune voci retributive. E come sempre ci viene presentata una presunta lotta di classe che ormai dovremmo riservare alla lettura di trattati ottocenteschi come Il Capitale di Marx. La verità è che riducendo il cuneo fiscale (cioè le imposte) si abbassano le risorse pubbliche disponibili al Governo, che avvertirebbe minor margine di manovra. Bisognerebbe ridurre la spesa pubblica, ma non nelle voci di spesa necessarie e utili (i cosiddetti “servizi pubblici essenziali”).

La riduzione della spesa pubblica non essenziale

La scelta quindi non è diminuire il costo del lavoro alle imprese a parità di netto ai lavoratori. E non è neppure diminuire le imposte ai lavoratori a parità di costo del lavoro alle imprese. In pratica, non è una vera lotta di classe. Se veramente il cuneo fiscale subisse un drastico taglio, in entrambe le direzioni, cioè nell’ordine non di decimali, ma almeno del 10/15%, accompagnato da una seria e responsabile riduzione della spesa pubblica non essenziale, avremmo due effetti virtuosi. Maggiore capacità di spesa delle famiglie e maggiori guadagni imprenditoriali (che, inutile dirlo, sono l’unico reale incentivo a investire). Si tratterebbe di effetti sinergici che garantirebbero molta più spinta positiva all’economia.

La situazione italiana oggi

Avere in Italia un cuneo fiscale nell’ordine del 46% significa che a fronte di un costo del lavoro annuale medio di 32.000 euro per lavoratore garantisce allo stesso un netto di 17.280 euro annuali. Gli altri 14.720 alimentano il fondo dei contributi sociali (INPS o altre casse) a garanzia della pensione per circa metà. Per il resto sono imposte pagate dai cittadini per alimentare la Spesa Pubblica. Le imprese faticano anche solo a spiegare ai lavoratori questa enorme forbice, anche quando cercano, giustamente, sistemi (legali) per ridurla, come incentivi, agevolazioni, contributi e via dicendo. E i lavoratori e le famiglie arrancano. A parte una minoranza, con circa 1.440 euro medie mensili (13^, 14^ ecc. incluse), tanto che ormai la famiglia monoreddito è un retaggio del passato.

Il confronto con l’Europa

L’Europa impone limiti di bilancio, intesi come differenza tra entrate e uscite. Essa non impone (e ci mancherebbe) limiti all’abbassamento delle imposte o dei contributi. Se si dimostrasse di essere in grado di sostenere una politica di riduzione fiscale drastica, semplicemente con corrispondente abbassamento della spesa pubblica non essenziale, l’Europa non avrebbe strumenti per scriverci letterine di richiamo o rimandarci a settembre. I Governi che in passato hanno adottato serie politiche di abbassamento del cuneo fiscale hanno avuto successi planetari. Sono, ad esempio, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, solo per citarne un paio. L’Irlanda ha da molto tempo ridotto le imposte (soprattutto sulle imprese). Per questo gode di investimenti dall’estero nell’ordine di miliardi di euro anche e soprattutto da imprese che rispondono al nome di Google, Amazon, Facebook e via cantando.

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

OCL

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