Scuola e umanità in carcere

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di Antonella Salvatore

Il carcere in Italia

Lo sviluppo di un paese, e il suo grado di civiltà, si misurano anche dalla qualità delle sue carceri e da come sono gestiti i detenuti. Il problema delle carceri italiane non è solo un problema di sovraffollamento ma anche un problema di qualità, ossia di gestione dei detenuti e di percentuale di recidive. Abbiamo troppi detenuti e troppe recidive (il 68% dei nostri carcerati torna a delinquere entro i due anni).

Scuola e umanità in carcere

Se prendessimo esempio dal carcere di massima sicurezza Halden, in Norvegia, il miglior carcere del mondo, (the most human prison in the world) ci renderemmo conto che la scuola e la cultura possono essere un antidoto alla criminalità cosi come lo sono alla ignoranza. Halden è stata creata nel 2010. Qui i detenuti sono chiamati a scegliere tra due percorsi: uno di studio e uno di lavoro. Corsi di creatività, studi in biblioteca, ma anche lavori per chi ha maggiore manualità. In aggiunta a questo, ai detenuti viene data la possibilità di praticare sport: la struttura è dotata di un campo di calcio, un percorso di jogging e di una palestra. Stare ad Halden non è stare in vacanza, ma l’obiettivo dei norvegesi è aiutare i detenuti a ricostruire la propria vita, occuparli mentalmente, abituarli allo studio e al lavoro così come esporli alla cultura.

Un detenuto occupato, istruito, equilibrato avrà maggiori capacità e forza interiore per rifarsi una vita e non tornare a delinquere.

Attitudine e soft skills

Ma la Norvegia ci stupisce ancora di più con Bastøy, il carcere norvegese di minima sicurezza, il cosiddetto “carcere senza sbarre”. Situato su un’isola, questo luogo accoglie solo detenuti “scelti” attentamente: si studiano le loro competenze comportamentali (persino nelle carceri si parla di soft skills) e si scelgono solo coloro che vogliono veramente migliorarsi e dare un contributo alla società. I detenuti di Bastøy si possono occupare della mensa, del bestiame, possono lavorare e studiare, quello che conta è fare qualcosa per la comunità locale con l’obiettivo di riabilitarsi. Qui la percentuale di coloro che ce la fanno è altissima: 84%. Significa che solo il 16% ritorna in galera dopo alcuni anni, una percentuale minima a confronto della media europea del 70%.

Il modello norvegese da imitare

Il modello delle carceri norvegesi è da copiare: un modello riabilitativo invece che punitivo. La Norvegia ci dimostra che scuola e cultura sono le soluzioni per creare una società moralmente solida, civile e moderna.

La Norvegia ci insegna che orientare e formare funzionano meglio di punire.

Se inserissimo questi modelli di scuola e umanità nelle nostre carceri ridurremmo il numero di recidive: questo comporterebbe una riduzione del numero dei detenuti con conseguente taglio dei costi (e potremmo investire le risorse altrove).

Foto di Marcello Rabozzi da Pixabay

OCL

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