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L’Italia non è donna

di Antonella Salvatore

L’Italia è donna? O è realmente un paese maschilista come dicono molti?
In quali campi lavorativi sono impiegate le donne e quanto conta la loro presenza?

I numeri dell’occupazione femminile

Ricordiamoci innanzitutto che neppure la metà delle donne del nostro paese lavora. In Italia abbiamo il 49% di occupate contro una media europea superiore al 65%. L’obiettivo del programma Europa 2020 è portare l’occupazione femminile al 75%.

Se in Italia lavorasse almeno il 60% delle donne il nostro PIL crescerebbe di 7 punti percentuali l’anno, lo stima la Banca d’Italia.

Inoltre, le discrepanze di trattamento retributive sono notevoli tra uomini e donne, come se le donne lavorassero mediamente due mesi l’anno in più degli uomini.

Ma quello che è preoccupante non è solo il dato quantitativo ma forse, soprattutto, quello qualitativo. Solo una donna ogni quattro lavoratori ha uno stipendio superiore a 2.000 euro.

Donne e under-employment

La qualità del lavoro femminile è spesso vicina a quello che si definisce under-employment, ossia sotto-occupazione, lavori con part-time involontario, e con poche tutele. Sono in particolare le donne del centro-sud a dover accettare questi lavoretti, poco retribuiti e tutelati.

Donne, responsabilità e potere

Vediamo la presenza delle donne in posizioni di potere e responsabilità nel nostro paese. Cominciamo dall’università dato che le donne rappresentano più del 60% dei laureati di questo paese.

Le donne rettore in Italia sono 6 su un totale di 82.

Stiamo parlando di un misero 7%: l’università resta un “feudo” maschile. Ma anche scendendo nella scala gerarchica scopriamo che solo il 10% dei professori associati e ordinari è di sesso femminile. Le donne nel mondo universitario sono principalmente ricercatrici.
L’universita italiana non è donna.

Passiamo per la politica, e scopriamo che ora più che mai, la politica non è donna. L’attuale governo ha una delle più basse presenze femminili, solo 5 ministri su 18 sono donne. Ma anche se nel governo Renzi ricordiamo 8 ministre su 16, solo 16 su 61 sottosegretari e viceministro erano donne.

Se entriamo nel campo della medicina la situazione non va meglio.
Le donne rappresentano il 40% della popolazione medica, e sono le più insoddisfatte e discriminate d’Europa, come emerso da un sondaggio di alcuni giorni fa

Non va meglio nelle imprese: solo il 25% degli AD è donna. Le donne presidente di organizzazioni sono solo il 17%.
Infine, vediamo le quote rosa nei consigli di amministrazione.

Sembra assurdo che debba esistere una legge per imporre la presenza femminile nei CdA.
Tuttavia, grazie a questa legge, la presenza delle italiane è pari al 38% (la Francia ha il 44%).

Il basso tasso di occupazione femminile e la scarsa presenza in luoghi di decisione e potere non sono solo numeri, ma il frutto di una cultura ancora profondamente maschio-centrica.

Il nostro paese è gestito dagli uomini e ruota intorno alle esigenze degli uomini. Le stesse riforme, implementate dai governi negli anni, non hanno significativamente favorito il ruolo della donna nel mondo lavorativo.

Il cambiamento di cui l’Italia ha bisogno non è legale o politico bensì culturale. Una cultura maschile appunto, lo testimoniano le morti ammazzate ma anche l’utilizzo quotidiano delle donne nel marketing e nella comunicazione come se fossero prodotti da acquistare.

Comunicazioni e pubblicità che in un paese nord europeo sarebbero impensabili e non autorizzate. Una cultura che va cambiata fin dalla scuola per permettere la reale parità che oggi non esiste ancora.

Foto di Alexandr Ivanov da Pixabay

OCL

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