Brexit e il mercato dell'arte

di Giosuè Prezioso, docente e storico dell’arte

Nello scorso articolo ‘Sono un giovane artista: quanto valgo?’ si è fatto il punto sullo stato d’immissione dei giovani artisti italiani nel mercato dell’arte; e i dati, ad oggi, non sono purtroppo rassicuranti.

Il mercato dell’arte in Gran Bretagna

C’è però, all’orizzonte, una novità che a detta di alcuni potrebbe portare giovamento al sistema arte italiano – e, più macroscopicamente, a quello europeo: la Brexit, la complessa uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Secondo alcuni, l’operazione darà molti vantaggi all’Europa; secondo altri, invece, sarà l’Inghilterra – ‘ancora una volta’ – a ricavarne ‘grossi frutti’.

Allo stato dei luoghi, il 22% del mercato mondiale dell’arte avviene in UK (con Stati Uniti al 40%, la Cina al 24% e la Francia al 4% di share).

Mentre l’Italia, seppur ricchissima di ‘materia prima’, rappresenta un triste 1%.

Va da sé che l’influenza europea sul mercato dell’arte è compromessa.

Ad oggi, solo 1/3 di tutte le transazioni globali avviene in Europa, e il 60% circa di queste, in termini di fatturato, hanno marchio ‘UK’.

Rischi e opportunità di Brexit

Se pertanto Brexit dovesse realizzarsi, il peso mondiale del mercato europeo crollerebbe a un flebile 10%.

Il ‘vecchio continente’ diventerebbe non solo meno prestigioso, ma anche meno attraente e dinamico agli occhi del più complesso sistema globale.

Come accenna Clare McAndrew in un’analisi per Artsy, la chiave di successo del mercato dell’arte britannico e americano è dovuto ad un sistema molto flessibile e vantaggioso di tassazione e circolazione dei beni artistici.

Si prenda per esempio la tassazione dell’arte negli Stati Uniti.

Ci sono stati in cui l’arte non è tassata (Montana, New Hempshire e Delaware) ed altri, come lo stato di New York, dove s’impone un ragionevole 8.875%.

In Italia?

Il 22% – forse a breve 23% – come per tutti gli altri beni, rendendo quasi impossibile, da una prospettiva internazionale, transazioni di prestigio.

In Inghilterra, invece, il tasso d’importazione di opere d’arte è al 5% – e in alcuni casi, come per esempio asset datati oltre 100 anni, zero – il più basso del continente.

Questo rende le transazioni inbound ed outbound estremamente competitive – oltre quattro volte di più rispetto all’Italia, per esempio.

Nonostante l’Inghilterra presenti una struttura finanziaria e legislativa molto favorevole, però, l’Europa, in alcuni casi, ha già dimostrato anticorpi forti, che ci si augura ispirino altri paesi dell’Unione.

Nel vicino 2012, per esempio, il virtuoso governo francese aveva proposto di alzare la tassazione sulle importazioni d’arte dal 7 al 10%.

L’intero sistema francese, però, fu allora in grado di presentare le potenziali ritorsioni di tale cambiamento, ottenendo, con sorpresa, non solo l’annullamento della proposta, ma addirittura un abbassamento dal 7 al 5.5% sulle importazioni.

Il sistema di tassazione dell’arte

C’è poi un altro aspetto del Mercato Europeo Comune (MEC) che potrebbe indebolire, se non regolarizzato, il primato UK.

A causa della forte pressione fiscale, infatti, molti cittadini dell’Unione hanno sempre visto nel Regno Unito un paese favorevole dove acquistare, importare e far transitare opere d’arte.

Ed in effetti, del florido mercato britannico, oltre 1/4, secondo le stime del British Art Market Federation (BAMF), è di origine europea.

Se dunque la circolazione di beni – e persone – non dovesse confermarsi a risoluzione della Brexit, il Regno Unito, in materia d’arte, s’indebolirebbe potenzialmente di oltre il 25%.

Da questa breve analisi, si può pertanto concludere che il successo dei sistemi anglo-sassoni è innanzitutto culturale.

Questi sistemi mostrano infatti flessibilità, strategia e competitività a livello globale – soprattutto dal punto di vista fiscale e legislativo, tale da rendereli, insieme (UK e US), i detentori di oltre il 60% del mercato globale dell’arte.

Per renderci altrettanto virtuosi, dunque, noi, come ‘United States of Europe’, dovremmo cominciare ad essere meno ‘vecchio continente’ e più ‘saggio arzillo’.

Dovremmo favorire tassazioni competitive a livello globale – vista la gratuità, per esempio, di Hong Kong o Singapore, e istituire, come in alcuni paesi (il Messico, per esempio), zone a tassazione franca o almeno favorevole.

Dovremmo smetterla, fra le cose, magari di dipendere da territori onnivori come la Svizzera – nei cui ‘Free Ports’ giace la “più grande collezione al mondo di opere d’arte non visibile”, oltre il milione secondo il New York Times.

La Francia ha già mostrato di avere sensibilità al cambiamento, passando dal 10 al 5.5% sulle tasse d’importazione.

Il ‘cugino’ mercato del cinema, per esempio, ha aperto negoziazioni di vendita con la Cina, che da nuovo partner rappresenta il 37% delle nuove vendite – raggiungimento possibile grazie alla flessibile collaborazione fra molti dei paesi UE.

In che modo il mercato europeo dell’arte dovrebbe gestire Brexit

Essendo fonte di materia prima e di clienti (oltre il 25%) l’Europa potrebbe giocarsi buone carte nel tavolo di negoziazione con il Regno Unito.

Se però l’atteggiamento rimane lo stesso e l’Unione si mostra passiva, lenta e ‘vecchia’, il Regno Unito post-Brexit potrebbe diventare un potenziale nemico.

Un magnete d’arte, clienti e mercati troppo vicino, in cui l’ Europa apparirebbe sempre più una serie di feudi disarmonica e senza un pensiero comune.

Serve dunque flessibilità (fiscale e legale), strategia (zone franche e negoziati globali, magari) e del marketing (la veicolazione di un nuovo spirito europeo, più dinamico, flessibile e competitivo, attraente).

Come diceva il Presidente Juncker: “E’ vero che Brexit significa che c’è qualcosa che non va in Europa. Ma è altrettanto vero che Brexit significa che c’è qualcosa che non va (anche) in Inghilterra”.

Ci si augura che entrambe le fazioni colgano l’occasione per conoscersi meglio e magari completarsi.

Continuare a collaborare.

Photo by John Cameron on Unsplash

OCL

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