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Lavoro: ridurre le ore?

di Massimiliano La Rocca, dottore commercialista

La proposta di ridurre le ore di lavoro

E’ di pochi giorni fa la proposta del nuovo Presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, per risolvere almeno in parte la disoccupazione in Italia: ridurre l’orario di lavoro mantenendo i salari.

L’idea di fondo è di ridurre a 35 ore settimanali l’orario di lavoro per un dipendente full-time.

La speranza è quella di convincere i datori di lavoro (imprese, professionisti) ad assumere, per compensare il minor lavoro offerto con i nuovi orari di lavoro.

Una proposta da più parti contestata o appoggiata, con diverse motivazioni anche tra le più disparate.

Le ragioni della proposta

Tra queste motivazioni, la convinzione che in un mondo sempre più tecnologico e rapido nella comunicazione (anche) lavorativa, non occorra più lo stesso numero di ore/uomo.

In alcuni Paesi (come la Francia) è stato già fatto, con scarsi risultati, mentre in altri (ad esempio in Germania) è andata meglio.

Per contro, in Paesi dove si lavora mediamente molto di più (come in Lussemburgo) la disoccupazione resta bassa, in altri dove si lavora relativamente poco (Grecia, Spagna) è altissima.

Tradotto: non c’è un’unica soluzione, o una soluzione migliore dell’altra.

Anche perché risulta quantomeno difficile ipotizzare che un datore di lavoro, a seguito della suggerita riduzione di ore lavoro, decida di “compensare” assumendo nuovi dipendenti.

Come mai?

Perché di fatto l’impresa potrebbe subire fin da subito un incremento dei costi proporzionale alle minori ore di un full-time, cioè almeno pari al 12,5% per ogni lavoratore.

Tridico e gli altri sostenitori della proposta ritengono che la diminuzione di ore lavorate pro-capite si tradurrebbe in un miglioramento della qualità di vita del lavoratore (in quanto tempo e con quale efficacia purtroppo non è chiaro).

Ossia grazie al maggior tempo libero, e ad un conseguente aumento della propria produttività, il lavoratore avrebbe una migliore qualità di vita.

Il parere dei sindacati e di Confindustria

Generalizzare è sbagliato, replicano i sindacati, che pure accolgono con favore la proposta da sempre tra i loro cavalli di battaglia.

E dicono pure che la riduzione va discussa settore per settore, contratto nazionale per contratto nazionale, Regione per Regione, azienda per azienda (persona per persona ?), avendo riguardo alle varie specificità.

Ad esempio, nel pubblico il full-time è di 36 ore mentre nel commercio, servizi e studi professionali è di 40 ore, ma con varie forme di “riduzione” tipo permessi e R.O.L., festività soppresse, ecc.

In altri settori il full-time è ulteriormente diverso, ad esempio il collaboratore domestico “convivente” ha 54 ore di full-time.

Confindustria e i datori di lavoro contrastano la soluzione affermando che il costo del lavoro è già ai limiti della sostenibilità e che bisognerebbe cercare altre strade: in media il costo è circa il 145% – 150% dello stipendio lordo.

Tra le altre soluzioni, bisognerebbe soprattutto aumentare la produttività, investire in formazione e semplificare la burocrazia.

Oppure ancora snellire i controlli sui lavoratori, ridurre il cuneo fiscale alle imprese e generare di fatto la possibilità di produrre di più e meglio.

In altre parole innescare un meccanismo di crescita economica che ormai da troppo tempo ristagna.

Ma i sindacati lamentano lo scarso “welfare” aziendale, cioè la ridotta compartecipazione dei lavoratori alla crescita aziendale.

Il maggior profitto prodotto resta in mano agli imprenditori.

Imprenditori che a loro volta controbattono che questo è il giusto compenso per chi sopporta il rischio imprenditoriale, visto che i dipendenti hanno “lo stipendio assicurato ogni mese” a prescindere dai risultati aziendali.

Veri, ma non troppo, entrambi i rilievi.

E se invece di ridurre il lavoro lo migliorassimo?

Come in ogni controversia, basterebbe cercare la sintesi, l’equilibrio, l’unione delle forze, e non lo scontro costante e a tratti noioso e ormai inutile, per non dire ottocentesco.

Ad esempio, si potrebbero ripagare gli sforzi compiuti dai lavoratori per migliorare la produttività (e la redditività) consentendo alle imprese una premialità realmente detassata.

Ad oggi i premi detassati sono di massimo 2.000 euro pro-capite annui.

Questi premi sono comunque assoggettati ad un’imposta sostitutiva del 10%.

Troppo poco per tradursi in reali incentivi fruibili e gestibili, che già oggi richiedono trafile complesse, accordi sindacali infiniti, e condizioni che li rendono di fatto inefficaci.

E al contempo rendere tali incentivi molto più convenienti per l’impresa, legandoli a deduzioni fiscali “extra”.

In questo modo si potrebbero spingere le aziende a far partecipare i lavoratori al profitto in maniera significativa, riducendo cioè il cuneo fiscale e premiando il lavoro.

Di fatto, si tratterebbe in entrambi i casi di “immettere ricchezza” nel sistema.

Un governo che adotta queste misure riduce sicuramente la spesa pubblica, ma forse perde consenso politico.

Alcune misure, come il Bonus 80 euro di Renzi o il Reddito di Cittadinanza o Quota 100, sono sicuramente più “veloci” e di effetto, quindi più mediatiche.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

OCL

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