Cultura stradale

di Leonida Valeri

Siamo ancora all’anno zero?

Mattina. Sali in macchina, magari sei anche di buon umore, ti metti al volante e parti. L’auto davanti a te svolta senza mettere la freccia. Uno scooter sta zigzagando, lo scorgi dallo specchietto, e cerchi di capire dove ti passerà, per evitare un rischiosissimo crash.

Un furgone, che fai fatica a comprendere come possa aver superato la revisione, è posteggiato in doppia fila, con lo sportello aperto. Concerto di clacson, rabbia e musi di auto che si fiancheggiano, cercando di conquistare pochi centimetri alla volta e superare in pole la strettoia.

Il pedone che attraversa all’improvviso, correndo in diagonale, è una sagoma quasi invisibile fra le lamiere. Freni e riparti.

Più avanti ci sono le strisce, ma nessuno si ferma di fronte a nonni e bimbi. Un’auto ti taglia la strada: il guidatore sta chattando e non sembra interessato a ciò che succede intorno.

Ecco, tutto ciò accade nel tuo primo chilometro di guida per andare in ufficio. Ne mancano ancora tanti. È solo l’inizio, ma sei già stanco e ti è passato il buon umore. Anche perché, più avanti, noti un altro blocco, forse un incidente.

Quanto costa la mancata cultura stradale?

Bene: quanto ci costa la mancanza di educazione civica, la disconoscenza del Codice della strada e delle più elementari norme di sicurezza stradale in termini di energie nervose?

In tempo perso e quindi in denaro? In produttività sul posto di lavoro?

Qualcosa, nell’inferno di lamiere, possiamo quantificare. Prima di tutto le vittime.

Dice l’Istat che nel 2017 (ultimi dati definitivi disponibili) in Italia ci sono stati 3mila e 378 morti, cioè più di 9 morti al giorno.

Il conto dei feriti è di 246mila e 750: 676 al giorno, 28 feriti ogni ora.

Uno ogni due minuti. Come una guerra. Con i caduti, le lacrime, le croci. Su ogni strada, purtroppo, c’è almeno un altarino improvvisato, con la foto della vittima, il ricordo in poche righe e i fiori lasciati da amici e parenti.

È la nostra Spoon River.
Le stime preliminari Istat, sui primi sei mesi del 2018, non sono molto confortanti.

Ora, ragionando cinicamente, è bene evidenziare che gli incidenti stradali con morti e lesioni alle persone, rappresentano pure un gigantesco costo sociale. Pensiamo alle tragedie familiari che si consumano; alle migliaia di persone che trascorreranno mesi negli ospedali; e a quelle burocraticamente censite alla voce “feriti”, che dovranno cambiare il proprio stile di vita per sempre, perché rimaste invalide.

L’Istat ha quantificato i costi sociali in 19,3 miliardi di euro. Trattasi dell’1,1 per cento del Pil. Una manovra finanziaria.

Quanti investimenti economici in riqualificazione di strutture sanitarie, in servizi e in ricerca potrebbero essere realizzati se gli incidenti diminuissero?

Le cause degli incidenti stradali

E ancora: chi ha mai dato uno sguardo al Codice della strada? Ricordare le precedenze ridurrebbe tantissimo i crash, le liti e le risse stradali.

Lo dicono le statistiche. Quanti guidatori conoscono la differenza fra sorpassare e superare?

Non è una spigolatura da Accademia della Crusca: è basilare sulle autostrade a tre corsie di marcia.

I dati affermano, anzi urlano, che velocità, disattenzione e mancate precedenze sono fra le cause principali dei botti al volante. Già, la velocità. In effetti tutti gli italiani credono di essere potenziali piloti di Formula Uno. Ma non è così.

La mancata conoscenza del Codice della strada

È sufficiente frequentare un corso di Guida sicura, propedeutico a quello di Guida veloce, per sbattere la faccia, in senso metaforico s’intende, con una realtà ben diversa, e fare un purificante bagno di umiltà.

Si scopre, ad esempio, che solo una sparuta minoranza (per non dire nessuno) sa come si effettua la frenata d’emergenza, panic stop, con l’Abs.

Così capita di «inchiodare» e lo facciamo nella maniera sbagliata. E tamponiamo, o peggio.

Immaginiamo adesso un lungo rettilineo d’asfalto a tre corsie di marcia, ad esempio sulla Milano-Napoli. C’è un fatto, piuttosto demoralizzante, che simboleggia quanta strada dobbiamo ancora percorrere.

Da metà anni ’90 in poi, terminati i lavori di ampliamento autostradale a sud della Capitale, sui mezzi d’informazione sono iniziati gli appelli al corretto uso delle tre corsie di marcia.

Tutti i «piloti italiani», infatti, procedevano spediti al centro, o in sorpasso: nessuno teneva la destra, perché considerata appannaggio dei veicoli poco veloci; vanificando, così, un investimento di miliardi e miliardi di lire. «E che sono lento io?», pensavano.

Un comportamento pericoloso, vietato dal Codice, che creava congestione nella circolazione dei mezzi.

Abbiamo usato i verbi al passato, ma purtroppo valgono al presente.

Sono infatti trascorsi più di vent’anni ed è sufficiente fare un viaggetto in auto per scoprire che nulla è cambiato: siamo ancora al punto di partenza.
Come mai?

OCL

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