Attenti all’Uomo Nero, ci ruba il lavoro!

Antonella Salvatore

Tutti fanno sempre riferimento all’articolo 1 su cui si fonda la nostra Costituzione (e non solo la nostra): “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Nessuno parla mai dell’articolo 3, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Eppure, questo articolo della Costituzione è tanto importante quanto il primo, se non di più, perché ci parla di un diritto universale, l’uguaglianza, presupposto fondamentale per creare cultura del lavoro in un paese.

Anche se sono nata in un piccolo paese, dove ancora oggi fatichi a vedere stranieri, sono stata cresciuta con l’idea che siamo tutti uguali, e che ti puoi trovare a lavorare con l’inglese piuttosto che con il russo, o con il collega che arriva dal Marocco. Facce diverse, colori diversi, una stessa lingua (l’inglese) che ci ha sempre permesso di conoscerci e di dialogare insieme. Mi sono sempre occupata di mercati e popolazioni estere, e non potevo avere destino diverso, evidentemente, che lavorare in John Cabot University, università americana, luogo internazionale, dove ci sono circa 70 nazionalità rappresentate (credo di essere nel posto più internazionale d’Italia).

In aula ho studenti da tutto il mondo, che studiano insieme, fanno lavori di gruppo insieme e a risolvono problemi insieme, insieme per collaborare, anche se si proviene da paesi i cui governi non sono sempre dalla stessa parte.

Alcuni anni fa, mentre spiegavo in classe il concetto di servizio clienti e diritti dei consumatori, una studentessa proveniente da un paese cosiddetto “emergente”, disse davanti a tutti “io non so cosa sia il servizio clienti, da me non esiste. Nel mio paese non siamo stati abituati a lamentarci o fare un reclamo”. Lo studente, accanto alla ragazza, proveniente da un paese occidentale industrializzato disse “ ma tu hai dei diritti! Sei un consumatore ed hai il diritto di lamentarti, di chiedere un servizio, di fare un reclamo e pretendere un servizio migliore”.

Iniziò il dibattito; la ragazza comprese molto bene cosa significa diritti dei consumatori e customer service. Il ragazzo comprese che ci sono tanti posti nel mondo, dove le persone devono ancora battersi per far valere i propri diritti.

La cultura del lavoro in Italia deve ancora passare da questo. L’Italia deve imparare il concetto di uguaglianza, la collaborazione con gli altri popoli e la multi-culturalità.

Questo articolo di Business Insider parla degli immigrati e li definisce persone indispensabili per il nostro paese ed il nostro welfare: senza di loro, fra qualche anno saremo costretti ad andare in pensione a 90 anni.

Uno studio dell’INPS dimostra che gli stranieri “non rubano il lavoro” perché accettano bassi salari; i dati dicono che gli stranieri lavorano perché accettano lavori umili, che gli italiani non vogliono fare; inoltre, gli stranieri versano 8 miliardi di contributi sociali e ne chiedono appena 3 per prestazioni.

Ricordo anche che nel nostro paese ci sono più di 5,5 milioni di stranieri residenti  “regolari”, 3,5 milioni sono di paesi extra-UE (di questi ultimi, molti fanno i lavori più umili,  si occupano degli anziani, di pulire abitazioni ed uffici, di raccogliere i pomodori, di non farci sporcare le mani di benzina quando facciamo il pieno).

Noi, che fino a ieri eravamo i terroni al Nord, quelli con le valigie di cartone in America, oggi fatichiamo a favorire l’integrazione tra le razze.

Perché accogliere, ed avere centri di accoglienza, non ci rende necessariamente bravi nella integrazione, sono due cose assolutamente diverse.

Ma per costruire la cultura del lavoro in Italia, dobbiamo favorire lo scambio e la collaborazione con gli altri popoli, dobbiamo imparare dagli altri, imparare a comunicare con gli altri (non parliamo neppure l’inglese!), non possiamo chiuderci, a meno di non volerci estinguere.

Bravi noi italiani a parlare della Costituzione e dell’articolo 1, nessuno mai che si ricordi dell’articolo 3 e della sua importanza per la cultura del lavoro: uguali, senza distinzione di razza.

Se insegniamo ai bambini, già dall’asilo, che ci sono razze superiori, con più diritti di altre, avremo rimesso indietro le lancette, agli inizi del secolo ‘900 (all’epoca di chi parlava di razza superiore, appunto).

La cosa più terribile che potrà accaderci non sarà di essere invasi dall'”Uomo Nero”.

La cosa più terribile per noi sarà (anzi è) quella di continuare ad alimentare la nostra ignoranza e la nostra chiusura nei confronti del mondo.

OCL

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